Ready Player One

aprile 3, 2018

Anni fa lessi un libro. Anzi, lo divorai. Seicentotrenta pagine di una storia semplice ma irresistibile, che manteneva tutte le caratteristiche narrative anni ’80 (eroe che nasce povero e sfigato e diventa famoso e potente, una caccia al tesoro globale, centinaia di situazioni accattivanti in cui immedesimarsi, sfide decisive per la trama risolte a colpi di joystick in vecchi coin-op…) per creare il racconto definitivo sulla cultura pop degli anni ’80.

Era una storia a tratti ingenua (non accetterò mai i tuoi mille milioni di miliardi, piuttosto la morte!) ma efficace, capace di dipingere uno scenario apocalittico nel quale uscire di casa e relazionarsi era ormai diventata una pratica priva di significato, se tutto quello che potevi avere era all’interno di OASIS, una versione riveduta e corretta di Second Life in cui tramite una realtà virtuale ormai potenziata a dismisura era possibile vivere, studiare e lavorare all’interno della simulazione di infinite galassie.

Chi poteva curarne la trasposizione cinematografica, se non Steven Spielberg? Una storia sugli anni ’80 presa in mano dal più importante e popolare regista degli anni ’80 (e ’90, allarghiamo). Il problema, per chi aveva letto e amato il libro, era ovvio: rendere appassionanti per il grande pubblico cinematografico le infinite partite a videogiochi di Parzival sarebbe stata un’impresa difficilissima. Senza contare che lui, per il 90% del libro, è completamente SOLO. Asociale, sfigato, brutto, sovrappeso, con tendenze suicide, un segaiolo che si prende una cotta virtuale per una persona mai vista prima: come renderlo interessante, a livello visivo?

Cambiando TUTTO.

Partiamo da una premessa: ho visto il film due volte e mi sono divertito. È uno spettacolo incredibile, a livello visivo. Sono uscito dalla sala felice e NE VOLEVO ANCORA.

Il problema è che avrebbero potuto anche cambiargli il titolo, visto che la storia, la morale di fondo e perfino le caratteristiche dei personaggi cambiano radicalmente. È come se avessero mantenuto una serie di elementi sparsi e li avessero incollati qua e là in un racconto totalmente diverso.

Vi avviso, da qui in avanti ci sono spoiler grossi come una casa.

In certi casi è sensato: nel film, la ricerca della prima e della seconda chiave hanno una spettacolarità e un effetto visivo che le controparti cartacee non avrebbero raggiunto, sul grande schermo. Da una parte abbiamo una partita a Joust tra due personaggi all’interno di una grotta chini su un videogioco, dall’altra una megacorsa globale a Manhattan in mezzo a King Kong e T-Rex… non c’è storia. E che dire della scena all’interno dell’Overlook Hotel? Da bave.

Ma a parte questi dettagli, la differenza più forte è il messaggio di base. Da una parte abbiamo un libro in cui solo alla fine ci si accorge (forzatamente) di come il gioco di squadra sia importante: nella storia appare chiaro come il mondo reale sia ormai invivibile e dunque la fuga dalla realtà non sia uno sfizio ma una necessità. Dall’altra abbiamo un film dove il disagio è solo accennato, la gente gira per strada tranquillamente, ci sono solo un po’ di graffiti in più in giro e pure la baraccopoli sembra tranquilla e vivibile. Per dire, lo stesso Spielberg aveva reso meglio questa idea di società sull’orlo del baratro in A.I. Un esempio su tutti: al termine del film, Wade dichiara di voler “chiudere Oasis il martedì e il giovedì”… MA DOVE? Sembra un’idea uscita dalla bocca di mio padre quando pensava a modi per punirmi/motivarmi ai tempi delle medie. È totalmente fuori personaggio ed è il classico tipo di morale che ti aspetteresti da una persona fuori dal tempo che non ha ancora accettato completamente i videogiochi nel suo mondo.

E le differenze pesanti non finiscono qui.

Nel libro, Art3mis è una grandissima stronza, che la fa annusare a Parzival e poi smette di cagarlo per mesi, e quando si ritrovano continua a comportarsi da grandissima stronza con lui, al punto che speri più volte che lui le dia il benservito in quello che a conti fatti è un limite di scrittura di Ernest Cline. L’impressione è che Wade Watts /Parzival sia un personaggio autobiografico, e che dunque l’autore stesso fatichi a dare profondità a una specie che un prototipo di nerd come lui non ha mai compreso davvero: le donne. Nel film il discorso cambia: lei è dolce, sveglia, comprensiva, e ruba addirittura all’eroe quella che nel libro è la sua scena da Indiana Jones / Neo / Jason Bourne nella vita reale: il trionfale furto di informazioni nella tana del nemico.

Nelle seicentotrenta pagine di libro si incontrano dal vivo a pagina 600 e rotte, mentre nel film l’incontro avviene esattamente a metà. Nel libro lei è asociale e agorafobica come Wade, nel film scopriamo che nella vita reale è a capo di una fantomatica “resistenza” che combatte i cattivi della IOI in prima persona. Insomma, le hanno tolto qualsiasi aspetto sociopatico e l’hanno trasformata in Angelina Jolie in Hackers.

E potrei andare avanti parlando di personaggi chiave che da una parte muoiono e dall’altra no, di anonime comparse che diventano essenziali per la trama (I-Rok), di gente che abita a migliaia di km di distanza e che scopre di potersi vedere pochi minuti dopo aver ricevuto un sms…

… ma non lo farò. Insomma, il film è godibile. Anzi, è davvero figo. E penso che se non avessi letto il libro starei impazzendo di felicità. Il problema è che l’ho letto e riletto, l’ultima volta lo scorso weekend dopo la visione del film, e questo ha fatto emergere tutta una serie di difetti che durante la prima visione in sala avevo ignorato.

Al momento gli darei un 7 pieno, pur con tutti i dubbi del caso (il seguito sarà cartaceo o cinematografico? E il seguito cartaceo terrà conto delle “novità”? E quello cinematografico prenderà una stadia completamente diversa? E Daito?). Andate a vederlo e, soprattutto se non avete mai letto il libro, lo amerete. Sono sicuro che diventerà un film importante, un ponte tra due generazioni, e metterà d’accordo sia chi si nutre di nostalgia e sbrodolerà di fronte alle centinaia di riferimenti più o meno nascosti, sia chi si entusiasma per youtuber, stream di partite di videogiochi e storie d’amore tra adolescenti imbranati.

 

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Fuga dalla realtà

luglio 19, 2016

“In the year 2044, reality is an ugly place. The only time teenager Wade Watts really feels alive is when he’s jacked into the virtual utopia known as the OASIS”

Ready: Player One (solo Player One in Italia) è uno dei libri più divertenti e appassionanti che abbia letto negli ultimi anni. L’ho divorato, poi consigliato, poi ho aspettato con ansia che annunciassero chi lo avrebbe reso un blockbuster (Spielberg, per la cronaca), poi…

… poi immaginato sempre più che il futuro utopico che rappresentava non fosse poi così futuro e non fosse poi così utopico. Un mondo in cui la società reale collassa mentre quella virtuale si fa sempre più credibile e a misura d’uomo, un rifugio comodo e indolore dalle atrocità che si fanno sempre più frequenti, inquietanti, vicine.

Dai no, non ce la faccio a scrivere il pippone apocalittico. Volevo andare a parare da un’altra parte. Ovvero: contrapposizione mondo reale morte e terrorismo / mondo virtuale pikachu felice nel gioco dei Pokemon. Avete la traccia, ora MEDITATE GENTE MEDITATE che io nel mentre mi occupo di una cosa importantissima: cinque applicazioni basate sul concetto di Augmented Reality che ora che il vaso di Pandora è stato scoperchiato (sì sì lo so che c’era Ingress, ma ci siamo capiti) reputo necessari nel processo di Readyplayeronizzazione della nostra società.

5) Monopoly Go. Ci avevano provato qualche anno fa (ve lo ricordate?) ma evidentemente i tempi non erano ancora maturi e bisognava ancora capire il vero potenziale del format. Ora lo sono. Ora la Terra è pronta per essere invasa dai nostri alberghi, e quando passate per casa mia REALMENTE con la vostra automobile REALE mi dovete lasciar giù dei soldi FINTI. Pensateci, è l’anti-Pokemon Go: laddove il giochillo dei mostri vi obbliga a lunghe camminate per covare le vostre preziose uova, grazie al Monopoly tornerete tutti a chiudervi in casa, terrorizzati dal vostro flusso di capitali che diminuisce ogni volta che andate a buttare la spazzatura.

4) Tinder Go. Quante volte, in questi giorni, vi è capitato di leggere esilaranti battute sul fatto che invece di giocare coi Pokemon dovreste andare a figa? AH AH AH AH TROPPO FORTE RAGA! Beh, grazie a Tinder Go il problema è risolto. Invece delle bestioline colorate dovete collezionare le persone. Chi colleziona più volte la stessa persona ne diventa il proprietario, e ogni volta che questa accetta le avances di qualcuno su Tinder il proprietario (che chiameremo Ready Papp One) guadagnerà prestigio e soldi FINTI. Non è una prospettiva meravigliosa? Ovviamente al posto delle Palestre avremo delle Case, che nel momento in cui verranno conquistate e addobbate non saranno più aperte ma chiuse. Figata eh?

3) Pizza Go. Dimenticatevi le tessere punti. D’ora in poi ogni volta che acquisterete una pizza a domicilio dal vostro egiziano di fiducia guadagnerete PUNTI PIZZA entrando di diritto in una graduatoria mondiale di mangiatori di pizza. Ovviamente la pizza salsiccia e patate vi darà molti più PUNTI PIZZA della marinara. Pensate che meraviglia quando entrerete in una pizzeria di un’altra città e immediatamente tutti vedranno il vostro punteggio altissimo in classifica. Carisma alle stelle.

2) Risiko Go. La versione cruenta del Monopoly. Fate crescere il vostro esercito di carrarmatini viola, conquistate ventiquattro quartieri a scelta, sfidatevi con perfetti sconosciuti alla conquista di territori ancora neutrali, inscenate colpi di stato per aumentare il vostro potere e… no, fermiamoci ai territori neutrali. E ogni estate raduno mondiale in Kamchatka.

1) Star Wars Go. No dai, seriamente. Me lo sviluppate? A me piace l’idea di base, un sacco, ma mi han sempre fatto cagare i pokemon. Createmi lo stesso gioco ambientato nella galassia di Guerre Stellari e passo le giornate a spasso col cane a raccogliere droidi e spade laser. Davvero. Per favore. Eh? Dai.