I dischi

maggio 16, 2016

Oggi ho letto un articolo che potrei aver scritto io.

Ti sono vicino, fratello. Ho il sottotetto della mia nuova casa invaso da migliaia e migliaia di cd in cerca di una sistemazione, di uno scopo, di un’ispirazione. Devo convincermi che creare una (costosa) libreria a loro dedicata non sia solo un vezzo estetico ma che prima o poi tutto questo possa tornare ad essere utile nella mia vita.
Forse questa ispirazione non è altro che l’idea che mia figlia, un giorno, possa incuriosirsi e iniziare a perdersi nei ricordi del papà e della mamma, scoprendo gruppi che magari le cambieranno la vita come trent’anni prima l’avevano cambiata a noi. Forse si innamorerà di lavori che magari noi avevamo ignorato, ascoltato male, apprezzato poco.
E non sono mica pochi. Non ho quasi mai venduto dischi alle fiere perché ognuno di essi, ad un certo punto, ha avuto un significato. Anche quelli brutti. Un disco brutto è un grandissimo contenitore di aneddoti, battute, momenti appiccicati alla memoria. Merita lo stesso rispetto dei colleghi belli.

O forse non li ascolterà mai, perché sarà pur sempre un’adolescente di una generazione che ha tutto a portata di mano alla velocità della luce, e i gruppi li scoprirà sullo Spotify di turno ascoltando trenta secondi di una canzone e decidendo che quello le piace, quello no, quello così così.

E allora potrei fare come il tizio dell’articolo, eliminare i doppioni, i singoli, i demo, tutto quello che non appartiene alla ristretta cerchia dei dischi fondamentali della propria vita. Potrei fare in modo di raccogliere solo il meglio, i famigerati 100 dischi da isola deserta, e lasciarli in bella mostra in salotto come biglietto da visita.

Oppure non so. Devo essere onesto? Non è obbligatorio, è il mio blog, posso fare quello che voglio. E allora voglio essere onesto. Io tengo, terrò e non mi sbarazzerò mai dei miei 4000 cd (“Originali?” “Sì, originali”) perché mi piace dire che ho 4000 cd originali. Mi piace mostrarli. Mi piace l’effetto che fanno, visivamente. Mi piace quando incontro un mio simile e ne rimane abbagliato. Perché una libreria piena di dischi è quello che sono, e se la smantellassi cancellerei per sempre un pezzo di me che non voglio cancellare, anche se i tempi cambiano, anche se le priorità sono altre, anche se ormai preferisco farmi 100 km per uno spettacolo di improvvisazione che per un concerto.

Davvero, volete mettere?

 cdteca

(foto di repertorio di 1000 anni fa)
(non ci sono più quella libreria e due di quelle valigie)
(i dischi sono tutti negli scatoloni, e anche il cappello portabirre)
(nella foto mancava una colonna della libreria)

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Volume due.

Ma come fanno i medici a capire le rispettive calligrafie? C’è un esame apposito per insegnare loro a scrivere in un corsivo incomprensibile e microscopico volto a far sì che i pazienti non capiscano cosa c’è scritto?

Ma i gruppi che fanno un disco brutto, ma brutto brutto, si rendono conto di aver fatto un disco brutto? Del tipo “eh oh, è venuta fuori sta merda, ma mica ho voglia di rimettermi da capo a scrivere e registrare altre 10 canzoni. Facciamo che il prossimo sarà fighissimo e via”.

Ma Cristian De Sica non si vergogna neanche un po’? In generale, dico.

Ma perchè c’è gente al cinema che deve ripetere a voce alta tutto quello che passa sullo schermo? Qualsiasi nome, qualsiasi scritta. Se poi è vagamente buffo ridono, e a me scatta la violenza.

Alla domanda “ma i musulmani mangiano carne di cinghiale?” non ha saputo rispondere nessuno, comunque.