Io e i dischi.

aprile 15, 2011

Allora, ho sentito che sabato è il Record Store Day. Cos’è? Non ho capito. Non me l’hanno spiegato. Non ho voglia di leggere. Però suona bene. E mi mancano i negozi di dischi. E poi ho letto questo post fighissimo di Dietnam che mi ha ispirato a scrivere qualcosa di analogo. Ovvero, la mia vita da consumatore di musica. E vi assicuro che ne ho consumata parecchia.

Un post del genere è ambizioso, eh. Rischia di diventare lungo. Molto lungo. Ma sono in uno di quei momenti in cui sento che la tastiera si sta impadronendo di me e non c’è verso di resisterle. E allora vai, tastiera, portami dove cazzo ti pare.

Gli inizi (6-10 anni)

Alta Fedeltà non era ancora uscito, e anche se fosse uscito a sei anni di certo non l’avrei cagato, fatto sta che io già mi facevo le classifichine, le top 10. Sentivo un motivetto e quella diventava la mia canzone preferita. Ne sentivo un altro, scalzava la precedente capolista e la mia personale superclassifica show iniziava a prendere forma. Quando uscì la colonna sonora di Dirty Dancing, da me allora conosciuta come “Darton Malaif“, passai un intero pomeriggio ad ascoltare il nastro che avevo registrato dalla tv col mio leggendario registratore Fisher Price, con mia madre che ad un certo punto fece irruzione in camera chiedendomi se potevo cortesemente finirla che non ne poteva più. Tra gli altri grandi classici che avevano catturato la mia puerile attenzione cito Mandy di Barry Manilow (era il pezzo di uno spot televisivo, ne conoscevo solo 20 secondi) e No Woman, No Cry di Bob Marley (ritornello sentito non ricordo dove, e anche in questo caso era l’unica parte a me nota). Andavo in giro a dire che i Duran Duran erano il mio gruppo preferito perchè era il gruppo preferito del pupazzo Four di Ciao Ciao, così come andavo in giro a dire che il mio wrestler preferito era Jake “The Snake” Roberts perchè era il preferito di Dan Peterson. Ero facilmente influenzabile.

Tra gli italiani, il mio idolo incontrastato era Francesco Salvi, e la passione per i suoi brani mi spinse a supplicare mia madre affinché mi facesse rimanere alzato a vedere l’edizione del 1989 del Festivàl di Sanremo, alla quale partecipava con “Esatto”, che per me all’epoca era la canzone più bella di tutti i tempi. Sanremo divenne una costante, da quell’anno in avanti, e trascorrevo i pomeriggi alla radio alla ricerca dei pezzi sentiti la sera prima. Erano tutti belli. Erano canzoni intere. Nessuno a casa mi aveva mai fatto sentire canzoni intere, i miei non erano grandi appassionati di musica e non avevamo neanche uno stereo. Ricordo che consumai una cassettina di Bimbomix proprio perchè era l’unica cosa ascoltabile nell’arco di miglia.

La pre-adolescenza (11-13 anni)

Nel 1991, dalle mie parti, se non ascoltavi i Pitura Freska eri decisamente out. Un gruppo che canta in dialetto veneto! Che dice parolacce! Era una rivoluzione. Li ascoltavamo e ci sentivamo grandi. I genitori sghignazzavano e spesso non capivamo perchè, dato che nove allusioni su dieci non eravamo ancora in grado di capirle. Interessante, col senno di poi, il fatto che se ne fottessero altamente dei messaggi pro-droghe leggere presenti in tutto l’album. Evidentemente pensavano fossimo troppo ingenui per cogliere. E infatti era vero.

Mi piaceva molto anche Francesco Baccini: cercai la cassetta di Nomi e Cognomi ovunque ma quando la trovai, pronto ad investire le mie pochemilalire, qualcosa mi bloccò. Forse il me stesso del futuro intervenne a livello subconscio per dirmi “oh, cazzo fai? Compri un disco di Baccini?”.

La svolta, però, era dietro l’angolo. Novembre 1992: mio padre si convince a comprare uno stereo coi controcazzi, con tanto di lettore cd (novità ultratecnologica dell’epoca). Andiamo al Ventitrè, storico negozio di dischi padovano, uno dei pochi aperti ancora oggi, perchè vuole regalare a mia madre il disco dei Queen con Who wants to live forever, sua canzone preferita. Mi dice che posso prendermene uno anche io. E cosa potrà mai volere un bambino di 12 anni (ancora da compiere) come primo cd della sua vita?

Facile. Automatic for the people dei REM, ovviamente. E perchè mai? Contestualizzo. Pochi giorni prima, un video trasmesso da Superclassifica Show mi aveva fatto rizzare le antenne: c’era un tizio che si faceva trasportare da un oceano di mani, la canzone era abbastanza cupa (per i miei standard dell’epoca) ma aveva un che di ipnotico. Era Drive. In realtà c’erano tanti altri dischi che avrei potuto scegliere, quel giorno, ma optai per i REM per fare il figo con mio padre che non li conosceva. A proposito: che pezzo della madonna, ancora oggi.

Il disco mi piaceva abbastanza, ma non avevo fatto i conti con Freddie Mercury. Quando i miei piazzarono A kind of magic nel lettore, mi scattò qualcosa dentro. Qualcosa che, nel suo piccolo, mi avrebbe cambiato la vita. Che voce aveva, quel tizio? Ma era quello che era morto un anno prima? Eh sì. E un anno prima, quando un mio compagno di scuola disse “è morto Freddie Mercury”, commentai “tanto era gay”. Piccolo teppistello omofobico veneto che non ero altro. Fatto sta che la frittata era fatta: ero irrimediabilmente diventato un fan dei Queen. Un fanboy. Duro e puro. Mi scrivevo i testi nel diario. Sulla cartella. Non parlavo d’altro. A scuola ero diventato “quello dei Queen”. Iniziai a comprare tutti i dischi, e quelli che non compravo me li facevo copiare in cassetta da qualcuno che li aveva. Nel giro di qualche mese entrai in possesso di tutta la discografia e, manco a dirlo, la imparai a memoria a tempo di record. Al mare, l’estate successiva, partecipai alla “corrida” del campeggio cantando in playback “I want it all”: conoscevo ormai a menadito tutte le mosse di Freddie e l’esibizione fu un successo, a giudicare dagli applausi. Piccoli grandi momenti di gloria.

Non esisteva altro. Pensai che non mi sarei mai potuto stufare di quella musica. Riuscii a creare un piccolo spazio, nel mio cuore, solo per Elio e le storie tese (complice la sigla di Mai dire gol e una cassettina allegata a Tutto Musica e Spettacolo) e gli Aerosmith. Nel 1993 era uscito Get a Grip, ma me ne accorsi solo l’anno dopo complici un paio di video particolarmente azzeccati. E se vi state chiedendo “quali?” allora non avete vissuto. Anche per loro scattò l’operazione-Queen: fanboy, discografia completa, pezzi imparati a memoria. Si erano guadagnati un’onorevolissima seconda posizione.

Nel frattempo mio zio, avido consumatore di vinili, cercava di indirizzarmi sulla retta via, nonostante a due anni gli avessi distrutto una dozzina di dischi e ne avessi fatto costruzioni col pongo. Avrebbe benissimo potuto odiarmi a morte, e l’avrei capito perfettamente. Mi regalò il cd di Born to run di Bruce Springsteen, che io neanche ascoltai. Chi l’avrebbe mai detto che 15 anni dopo sarebbe diventato uno dei miei dischi preferiti?

Il liceo. (14-18 anni)

La stagione 94/95 è caratterizzata dalle voci sull’uscita del fantomatico disco dei Queen con materiale inedito. “Il disco fatto al computer”, si diceva. Made in Heaven uscì nel 1995, preceduto dal singolo Heaven for everyone. Mi sembrava meraviglioso. Tutti i pezzi erano stupendi. Solo oggi mi rendo conto che, a parte un paio di momenti, era composto quasi esclusivamente da scarti: se me l’aveste fatto notare quando avevo 14 anni vi avrei strappato la testa a morsi. Complice la sua uscita, tra fine 1995 e inizio 1996 iniziai a seguire Videomusic / TMC2 alla ricerca di videoclip, servizi e quant’altro sul mio nuovo disco preferito. Fu l’inizio di una nuova era.

Il britpop non mi interessava, quando esplose la mania (diciamo 1994). Ero troppo impegnato ad essere un moccioso appassionato di videogiochi per pensare anche solo lontanamente di allargare i miei orizzonti musicali. Poi un bel giorno, ma davvero bello, mi capitò di vedere un video. La canzone era devastante, per le mie orecchie verginelle. E che voce, quel ragazzo. Certo, non era Freddie, ma questo almeno era vivo. Decisi che dovevo diventare un fan di questi Marion. Nella speranza di ribeccare il video di Sleep, registrai tutta la notte Videomusic (strategica vhs da quattro ore in long play) e il giorno successivo ne scandagliai il contenuto. Non trovai Sleep, ma un altro pezzo. E che altro pezzo. Ero completamente conquistato da quelle atmosfere, dall’aggressività delle chitarre, dall’attitudine del cantante. Jaime Harding divenne il mio idolo adolescenziale, e il fatto che lo conoscessi solo io aggiungeva pepe al tutto. Piccoli indie snob muovono i loro primi passi.

Nel giro di qualche mese accantonai i Queen. Basta. Era finita. Li avevo amati troppo, avevo bisogno di nuovi stimoli. I Marion non avevano una lunga discografia da collezionare ed imparare a memoria (anche se comprai TUTTI i singoli, scoprendo il magico mondo degli acquisti telefonici), dunque presi coraggio e decisi che era giunto il momento di scoprire il mondo. In una recensione di This World and Body facevano notare che i Marion erano concittadini di tali Joy Division, cosa che aveva generato paragoni assolutamente insensati tra le due band. Ma chi erano, questi Joy Division? Mi recai al mio nuovo negozio di dischi di fiducia e comprai, alla cieca, una raccolta. Per un ragazzino abituato alle voci scintillanti, il tono grave di Ian Curtis fu uno shock. Non mi piaceva. Non capivo come potessero averli paragonati ai Marion. Accantonai il disco, per ripescarlo nell’estate successiva ed innamorarmene perdutamente. Era un periodo piuttosto tribolato e avevo bisogno di ascoltare qualcosa di triste.

In contemporanea, complice un mio compagno di classe iniziai ad appassionarmi anche agli U2. Mi prestò The Joshua Tree e, nonostante qualche dubbio iniziale (“la chitarra è sempre uguale“, sentenziai) ben presto mi arresi all’evidenza che mi piacevano da impazzire. Solito processo: fanboy, discografia completa, pezzi imparati a memoria. Non avevo mezze misure: se qualcosa riusciva nell’ardua impresa di attirare la mia attenzione dovevo conoscerla e approfondirla nei minimi dettagli. Vado per i 31 anni e non sono cambiato per niente.

Da lì in poi fu tutta discesa: Suede, Manic Street Preachers, Embrace, Ash, Smiths, gli immancabili Elio e le storie tese, qualche primo assaggio di Beatles, The Cure, Placebo, Gomez, Stereophonics (Word Gets Around fu un grande successo in classe mia), The Verve, Supergrass, Smashing Pumpkins, Mercury Rev, Radiohead (che roba Ok Computer. Che roba!) … a 17 anni, finalmente, ero uscito dal guscio. Compravo la mia copia di Rock Star e, in base alle recensioni, decidevo cosa andare a cercare. La fissazione successiva fu per Jeff Buckley: Mixo passò il video di questo cantante dalla voce angelica e disse che era morto tragicamente da pochi giorni. Perchè i cantanti con una voce della madonna dovevano sempre morire giovani?

Nel 1998 venne alla luce anche il secondo disco dei Marion, The Program. Inizialmente lo fecero uscire solo in Giappone e io lo comprai di importazione pagandolo 74.000 lire. Rendetevi conto. Il singolo che l’aveva preceduto, “Miyako Hideaway”, sembrava introvabile. Passai giorni a telefonare a tutte le radio possibili per richiederlo, finchè un bel giorno l’insospettabile Bum Bum Network la mandò in onda rendendomi il ragazzino brufoloso più felice della Terra. Purtroppo ste merde decisero di mandare un breve spot a metà canzone, dunque la versione che registrai in presa diretta conteneva la pubblicità di un calzaturificio.

La scuola stava finendo e io ormai ero lanciatissimo nel mio nuovo ruolo di musicofilo che prestava dischi ai compagni di scuola (alcuni non li rividi mai più) e andava a pescare gruppi assurdi. Un giorno, durante una gita, un tizio mi disse “ma non puoi ascoltare musica normale come tutti?”. No, caro amico caprone. Non potevo.

La libertà (19-20 anni)

La mia carriera universitaria fu breve ma intensa. Due anni di giurisprudenza a Ferrara da pendolare, mi svegliavo alle sei di mattina e tornavo la sera. Piuttosto massacrante. A farmi compagnia c’era ovviamente il mio fido lettore cd: in quel periodo impazzivo per i Clash, scoperti l’estate precedente, per i Divine Comedy, per i Cake, per gli Eels, per gli At the drive-in. Stavo decisamente crescendo. Rock Star era diventato troppo mainstream, per i miei gusti: ora compravo il Mucchio, Rockerilla, Rumore, il Melody Maker, il New Musical Express.

A fine ’99 scoprii i Muse, che oggi sono una band di livello mondiale ma che all’epoca nessuno si filava. Matt Bellamy era gentilissimo e partecipava attivamente a tutte le discussioni della mailing list ufficiale, cosa che mi colpì molto, perchè fino a quel momento avevo visto i musicisti come delle entità astratte lontanissime da noi umili mortali.

Iniziò anche la mia carriera concertistica, prima con qualche concertino di Elio e successivamente con qualcosa di decisamente tosto, tipo gli Smashing Pumpkins a Milano.

Internet diventava sempre più diffusa ed era davvero utile nella mia ricerca di gruppi misteriosi e sconosciuti. Una grossa mano me la diede il newsgroup it.alti.musica.rock, covo di grandi esperti e di snob da antologia. Ognuno aveva il suo piedistallo personale dal quale giudicava i gusti altrui, ma era tutta scena. Se non ti facevi impressionare e riuscivi a scavare sotto la superficie, era davvero utile per scoprire nuova musica. Ad esempio mi fecero conoscere i Belle & Sebastian, i Flaming Lips, i dEUS, i Pixies, i Pavement… tutte band che sarebbero finite nel mio olimpo personale.

Con l’arrivo della mia prima linea ADSL, iniziai anche a scaricare musica. Soprattutto tramite un programmino rivoluzionario chiamato “Napster“.

#UK (21-23 anni)

E poi all’improvviso arriva lei. Ma chi è, lei? Lei è una tizia scorbutica incrociata su Napster. Condivideva anche musica italiana, si chiamava “tortamagica”, quindi era ovvio che quel suo rispondermi “sorry I don’t speak italian” fosse un modo come un altro per tenere lontano uno scocciatore. Eh eh eh. Missione fallita. Iniziai a tampinarla su ICQ e ben presto venni a conoscenza del fatto che non eravamo soli, nell’universo. C’era della gente appassionata di musica di un certo livello che si ritrovava ogni sera su IRC, server Roxybar, canale #UK. Ne sapevano tutti un sacco. Avevano avuto la mia stessa adolescenza. Conoscevano addirittura i Marion! Incredibile. Entrai a far parte stabilmente di quel giro, una fucina di talenti impressionante. Avevamo poco più di 20 anni e, nel giro di poco tempo, avremmo iniziato a diffondere il verbo seriamente scrivendo, organizzando concerti, mettendo su dischi in giro per l’Italia. E c’era Barto!

Ormai elencare quello che ascoltavo sarebbe un’impresa. Compravo di tutto. Ma c’era una band a cui mi affezionai particolarmente, tali “Interpol”. Ne parlò una tizia newyorkese della mailing list dei Marion. Disse che era stata ad un concerto di questa band delle sue parti che ricordava tantissimo i Joy Division. Ascoltai un pezzo e rimasi folgorato. Scrissi alla band e mi rispose Daniel Kessler, chiedendomi come fosse possibile che avessi sentito parlare di loro dato che avevano alle spalle solo un EP autoprodotto (ne esistono 500 copie al mondo. Una è mia. Gnegne) e un singolo passato quasi inosservato (che oggi viene venduto su Ebay a cifre spropositate. Ne ho due copie a casa). Colpito dal mio interesse, mi spedì a casa una copia di suddetto EP e una vagonata di spille. L’anno successivo, quando uscì Turn on the bright lights, andai a vederli a Londra al 93 Feet East, localino molto intimo e perfetto per le loro atmosfere. Eravamo poche decine di persone (tra le quali Jarvis Cocker) e, manco a dirlo, fu indimenticabile. Ora sono diventati un po’ famosi (appena appena) ma gli voglio ancora un gran bene.

“Lei”, nel frattempo, era diventata la mia ragazza e poter condividere la propria passione con qualcuno in maniera così intima era qualcosa di indescrivibile. Ci piacevano tali Terris, gruppo prima pompatissimo da NME e poi dimenticato nel giro di pochi mesi. Imparai che era destino comune a molte band. Fatto sta che a noi il disco faceva impazzire, in particolare il singolone, Fabricated Lunacy, che in seguito divenne il nome del nostro blog a quattro mani.

Continuavo a comprare, e comprare, e comprare. E andare ai concerti. E ai festival. E alle serate. Ma sentivo che mancava qualcosa.

L’era moderna (24 anni – oggi)

Iniziai a scrivere per Musicboom. Iniziai a far suonare gruppi. Iniziai ad organizzare serate. Iniziai a fare il dj. Poi mi stufai di scrivere, di far suonare gruppi, di organizzare serate e infine di fare il dj.
Ecco il riassunto degli ultimi sette anni. Seriamente, di roba da scrivere ce ne sarebbe pure troppa, ma preferisco tenermi il post da parte per un’altra volta. Lo scrivo entro 10 anni. Promesso.

Un piccolo spoiler, intanto: oggi il mio gruppo preferito sono i Beatles. E un altro piccolo spoiler: quando ho incontrato il cantante dei Marion alla loro reunion, cinque anni fa, è stato lui ad abbracciare me per essere venuto a vederli. In quel momento sono diventato adulto.

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17 Risposte to “Io e i dischi.”

  1. E io che mi sentivo anomala perchè registravo dalla tv.
    Poi mi chiedono perchè non butto le cassette. Mah. Gente senza cuore.
    Bel post, bello.

  2. JJLuke said

    … e scrivi pure molto bene. Il tuo post l’ho divorato. Attendo fiducioso il prossimo.

    ps: anche io ho uno scatolone pieno di audio cassette, e qualche vecchia vhs registrata con l’etichetta scritta a pennarellone in bella vista in garage 🙂 Che storia!

  3. Egle said

    Fa piacere leggere e ritrovarsi in un sacco di scoperte, pur con un bel pacco di anni in meno.
    Io le cassette e le videocassette le ascolto e guardo ancora, in realtà; in casa mia è un po’ come se non se ne fossero mai andate.

  4. Io adoro i dischi, ma anche le librerie… Quando è il giorno del libro? 🙂

  5. tizia scorbutica said

    quindi possiamo vendere i singoli degli interpol e guadagnarci un sacco!
    😛

    :*

  6. proprio bello questo post 🙂

  7. tseemod said

    Come ho scritto su Facebook, son veramente commosso.
    Il fatto che nella tua vita la musica sia contata così tanto fino al portarti a conoscere Anna e da lì in poi, tutto il resto, è una di quelle storie che boh, mi lascia quasi una piccola magia dietro, cose che di questi tempi, a trovarne.
    C’è da dire che questo post capolavoro ha della piccola magia in ogni singolo paragrafo.
    Sorpreso poi per la faccenda degli Interpol, dei cd comprati dal Giappone.

    Insomma, una bella storia moderna.
    Tanto di cappello Riccardo, tanto di cappello.

  8. massimo said

    Penso che questo sia uno dei post più belli che abbia mai letto… Perchè, signori miei, qui dentro c’è la VITA. Quel pezzo della nostra storia incredibile, stupendo, dolorosissimo, drammaticamente ridicolo, meraviglioso che chiamano adolescenza.

    E comunque, per la cronaca, la tua storia musicale è degna di nota.
    Il mio primo concerto è stato… Cristina D’Avena.
    Avevo 7 anni, è vero, però…
    Tutte le volte che ho una discussione con mio padre ripenso a quello che ha passato quel pomeriggio (perchè i concerti per bambini mica si fanno la sera), quel lungo pomeriggio… e allora lo abbraccio forte, piango fortissimo e gli dico “mi dispiace! mi dispiace!”.

    Massimo

  9. Mist said

    Adesso però mi commuovo io a leggere certi commenti 🙂

  10. duericcheporzioni said

    ti amo. ❤

  11. Giovanni said

    …allora i Terris appena ricevuti… li ho usati come regalo ad una cena… sorry! ora mi fai venire il dubbio di aver fatto un errore…
    …un paio di volte quando ho suonato… mi si e’ avvicinato qualche tizio che mi ha detto… figo sto pezzo me l’ha fatto conoscere un mio amico… oppure… grande pezzo c’e’ un mio amico che pensavo fosse l’unico a porporlo… non scherzo… ma eri tu!.. ultima cosa io la musica l’ho scoperta da solo e non l’ho condivisa con nessuno per due ragioni… uno perche’ nessuno intorno l’ascoltava come me e due perche’ ho un ego smisurato..

  12. Andrea said

    Bel post davvero, a tratti commovente!
    E soprattutto W la gente che non ascolta musica normale 🙂

  13. Cos said

    Ho scoperto il tuo blog con questo post. Ne ho letti altri. L’ho salvato tra i preferiti. Ciao!

  14. sabry8 said

    bello quello che accadde con gli Interpol!!!!

  15. […] la mia collezione di dischi c’è questo, più tutto quello che ho comprato dal 2004 in poi, e uno può pensare “che splendido […]

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