Fuga dalla realtà

luglio 19, 2016

“In the year 2044, reality is an ugly place. The only time teenager Wade Watts really feels alive is when he’s jacked into the virtual utopia known as the OASIS”

Ready: Player One (solo Player One in Italia) è uno dei libri più divertenti e appassionanti che abbia letto negli ultimi anni. L’ho divorato, poi consigliato, poi ho aspettato con ansia che annunciassero chi lo avrebbe reso un blockbuster (Spielberg, per la cronaca), poi…

… poi immaginato sempre più che il futuro utopico che rappresentava non fosse poi così futuro e non fosse poi così utopico. Un mondo in cui la società reale collassa mentre quella virtuale si fa sempre più credibile e a misura d’uomo, un rifugio comodo e indolore dalle atrocità che si fanno sempre più frequenti, inquietanti, vicine.

Dai no, non ce la faccio a scrivere il pippone apocalittico. Volevo andare a parare da un’altra parte. Ovvero: contrapposizione mondo reale morte e terrorismo / mondo virtuale pikachu felice nel gioco dei Pokemon. Avete la traccia, ora MEDITATE GENTE MEDITATE che io nel mentre mi occupo di una cosa importantissima: cinque applicazioni basate sul concetto di Augmented Reality che ora che il vaso di Pandora è stato scoperchiato (sì sì lo so che c’era Ingress, ma ci siamo capiti) reputo necessari nel processo di Readyplayeronizzazione della nostra società.

5) Monopoly Go. Ci avevano provato qualche anno fa (ve lo ricordate?) ma evidentemente i tempi non erano ancora maturi e bisognava ancora capire il vero potenziale del format. Ora lo sono. Ora la Terra è pronta per essere invasa dai nostri alberghi, e quando passate per casa mia REALMENTE con la vostra automobile REALE mi dovete lasciar giù dei soldi FINTI. Pensateci, è l’anti-Pokemon Go: laddove il giochillo dei mostri vi obbliga a lunghe camminate per covare le vostre preziose uova, grazie al Monopoly tornerete tutti a chiudervi in casa, terrorizzati dal vostro flusso di capitali che diminuisce ogni volta che andate a buttare la spazzatura.

4) Tinder Go. Quante volte, in questi giorni, vi è capitato di leggere esilaranti battute sul fatto che invece di giocare coi Pokemon dovreste andare a figa? AH AH AH AH TROPPO FORTE RAGA! Beh, grazie a Tinder Go il problema è risolto. Invece delle bestioline colorate dovete collezionare le persone. Chi colleziona più volte la stessa persona ne diventa il proprietario, e ogni volta che questa accetta le avances di qualcuno su Tinder il proprietario (che chiameremo Ready Papp One) guadagnerà prestigio e soldi FINTI. Non è una prospettiva meravigliosa? Ovviamente al posto delle Palestre avremo delle Case, che nel momento in cui verranno conquistate e addobbate non saranno più aperte ma chiuse. Figata eh?

3) Pizza Go. Dimenticatevi le tessere punti. D’ora in poi ogni volta che acquisterete una pizza a domicilio dal vostro egiziano di fiducia guadagnerete PUNTI PIZZA entrando di diritto in una graduatoria mondiale di mangiatori di pizza. Ovviamente la pizza salsiccia e patate vi darà molti più PUNTI PIZZA della marinara. Pensate che meraviglia quando entrerete in una pizzeria di un’altra città e immediatamente tutti vedranno il vostro punteggio altissimo in classifica. Carisma alle stelle.

2) Risiko Go. La versione cruenta del Monopoly. Fate crescere il vostro esercito di carrarmatini viola, conquistate ventiquattro quartieri a scelta, sfidatevi con perfetti sconosciuti alla conquista di territori ancora neutrali, inscenate colpi di stato per aumentare il vostro potere e… no, fermiamoci ai territori neutrali. E ogni estate raduno mondiale in Kamchatka.

1) Star Wars Go. No dai, seriamente. Me lo sviluppate? A me piace l’idea di base, un sacco, ma mi han sempre fatto cagare i pokemon. Createmi lo stesso gioco ambientato nella galassia di Guerre Stellari e passo le giornate a spasso col cane a raccogliere droidi e spade laser. Davvero. Per favore. Eh? Dai.

 

 

 

 

I dischi

maggio 16, 2016

Oggi ho letto un articolo che potrei aver scritto io.

Ti sono vicino, fratello. Ho il sottotetto della mia nuova casa invaso da migliaia e migliaia di cd in cerca di una sistemazione, di uno scopo, di un’ispirazione. Devo convincermi che creare una (costosa) libreria a loro dedicata non sia solo un vezzo estetico ma che prima o poi tutto questo possa tornare ad essere utile nella mia vita.
Forse questa ispirazione non è altro che l’idea che mia figlia, un giorno, possa incuriosirsi e iniziare a perdersi nei ricordi del papà e della mamma, scoprendo gruppi che magari le cambieranno la vita come trent’anni prima l’avevano cambiata a noi. Forse si innamorerà di lavori che magari noi avevamo ignorato, ascoltato male, apprezzato poco.
E non sono mica pochi. Non ho quasi mai venduto dischi alle fiere perché ognuno di essi, ad un certo punto, ha avuto un significato. Anche quelli brutti. Un disco brutto è un grandissimo contenitore di aneddoti, battute, momenti appiccicati alla memoria. Merita lo stesso rispetto dei colleghi belli.

O forse non li ascolterà mai, perché sarà pur sempre un’adolescente di una generazione che ha tutto a portata di mano alla velocità della luce, e i gruppi li scoprirà sullo Spotify di turno ascoltando trenta secondi di una canzone e decidendo che quello le piace, quello no, quello così così.

E allora potrei fare come il tizio dell’articolo, eliminare i doppioni, i singoli, i demo, tutto quello che non appartiene alla ristretta cerchia dei dischi fondamentali della propria vita. Potrei fare in modo di raccogliere solo il meglio, i famigerati 100 dischi da isola deserta, e lasciarli in bella mostra in salotto come biglietto da visita.

Oppure non so. Devo essere onesto? Non è obbligatorio, è il mio blog, posso fare quello che voglio. E allora voglio essere onesto. Io tengo, terrò e non mi sbarazzerò mai dei miei 4000 cd (“Originali?” “Sì, originali”) perché mi piace dire che ho 4000 cd originali. Mi piace mostrarli. Mi piace l’effetto che fanno, visivamente. Mi piace quando incontro un mio simile e ne rimane abbagliato. Perché una libreria piena di dischi è quello che sono, e se la smantellassi cancellerei per sempre un pezzo di me che non voglio cancellare, anche se i tempi cambiano, anche se le priorità sono altre, anche se ormai preferisco farmi 100 km per uno spettacolo di improvvisazione che per un concerto.

Davvero, volete mettere?

 cdteca

(foto di repertorio di 1000 anni fa)
(non ci sono più quella libreria e due di quelle valigie)
(i dischi sono tutti negli scatoloni, e anche il cappello portabirre)
(nella foto mancava una colonna della libreria)

Anno 2050

aprile 22, 2016

Lui è Tyrion Lebowski Rossi e ha 22 anni. Come tutti i suoi amici passa le giornate steso a letto collegato cerebralmente a Facebook 3.

Il primo Facebook è il cimitero online più famoso del mondo, ci sono tutti gli anziani che commentano le morti degli altri anziani e postano fiori profumati (si possono collezionare, ci sono diversi livelli di rarità) sulle loro bacheche, tra un recupero di una serie TV e una lacrima sull’ennesimo “guarda cosa stavi facendo 40 anni fa!”.

Facebook 2 è stato un fallimento, perché non ha saputo cavalcare l’onda dei nuovi social network che avevano introdotto il tasto “scopiamo” risolvendo un problema che l’uomo si portava dietro da milioni di anni.

Facebook 3, grazie ai progressi della tecnologia, ha aggiunto la possibilità di condividere i propri sogni, e con un semplice like è possibile partecipare in multiplayer alle fantasie degli altri.

Nessuno esce più di casa.

Tyrion Lebowski Rossi ha appena appreso una notizia sconvolgente e la comunica a Ermione Scaltenigo, la sua trombamica mentale del cuore, che non ha mai incontrato in vita sua.

“Hai sentito chi è morto?”

“Chi?”

“Etrurio Manfredonia”

“ETRURIO MANFREDONIA? NOOOOO! Era uno dei più grandi cacatori di cazzo della rete!”

Tyrion e Ermione si muovono e decidono di organizzare una veglia con i loro contatti in memoria del leggendario internauta.

“RIP Etrurio. Quella volta che hai cacato il cazzo quando è morto il mago Silvan, nel 2025, la ricordo ancora come una delle più grandi cacate di cazzo di tutti i tempi”

Cordoglio ovunque. La gente posta le sue migliori cacate di cazzo a ripetizione, anche chi non aveva mai sentito parlare prima di lui se non dai messaggi condivisi distrattamente da altri utenti nel corso degli anni.

Ironman Martini, a quel punto, non ne può più.

“Adesso improvvisamente siete tutti fan di Etrurio Manfredonia. Quanti di voi si erano fatti cacare il cazzo da lui di persona? Eh? Tutti a condividere le sue cacate di cazzo storiche, e domani vi sarete già dimenticati di lui e passerete a rimpiangere il prossimo cacatore di cazzo di inizio secolo che muore”.

Tyrion scuote la testa. “Poveretto”, dice a Ermione. “Che ne sa Ironman Martini di quella volta che Etrurio in persona ha commentato il post di mio padre quando è morto Justin Bieber nel 2034”

“RIP Justin Bieber, insegna agli angeli cos’è la vera musica. Me lo ricordo ancora come se fosse ieri.”

“E la risposta di Etrurio? Una leggenda, cazzo. Una leggenda vera”.

“Justin Bieber? LOL! Io c’ero quando era solo un ragazzetto detestato da tutti, facile rimpiangerlo adesso. Sfigati”

“Classico stile di Etrurio. Impareggiabile”

“RIP Etrurio”

“Ma che ne sa Ironman Martini”

“Ma che ne sa”

*  Tyrion ha condiviso una fantasia con te

*    like

Addio

febbraio 26, 2016

Come i più attenti tra voi avranno notato, Pardemazio Scatenone non è stato molto loquace negli ultimi mesi. Il motivo non è un mistero: ho/abbiamo comprato casa nuova, venduto quella vecchia, speso tutti i risparmi, rubato scatoloni di cartone ad ogni occasione, impacchettato libri, scelto mobili, lampadari, pavimenti, rubinetti, water, porte, finestre, chiuso contratti, aperto contratti, calcolato spese, speso molto più delle spese calcolate, bestemmiato molto, riempito gli scatoloni rubati e infine riposato. Poco, perché non è ancora finito lo sbattimento, ma intanto posso perfino permettermi mezz’ora per un post sul blog.

Un post sul blog intitolato “Addio”. Inquietante, no? Ma non temete, non è un addio che vi riguarda, è un addio che riguarda il mondo con cui ho avuto a che fare negli ultimi dieci anni e che ho da qualche giorno abbandonato per sempre. Un mondo che merita un congedo altisonante e memorabile.

Ad esempio dico addio a Little Bucarest e i suoi volti sempre solari, i suoi sguardi affettuosi, la sua parlata soave e il clima di amicizia e fiducia che negli ultimi anni aveva regalato al quartiere. Rimarrà irrisolto il mistero su cosa si trovassero a fare coi furgoni alle tre del mattino in parcheggio: organizzavano delle feste? Un mercatino dell’usato? Pigiama party all’aperto? Che matti.

Dico addio alla Vecchia Guardona Highlander Satana, bizzarro soprannome che è stata capace di guadagnarsi nel corso degli anni. Vecchia perché era vecchia quando siamo arrivati (2007) e figuriamoci adesso. Guardona perché passa le giornate sul terrazzo a scrutare con occhio severo quanto accade per strada e nelle case altrui. Highlander perché a casa sua è arrivata seimila volte l’ambulanza a portarla via e ogni volta è regolarmente tornata a casa. Satana perché è chiaramente posseduta dal demonio. Ci seppellirà tutti.

Addio anche al People’s fighting choir on the stairs and through the thin walls, complesso vocale composto da molti condòmini che per anni e anni ci hanno deliziato coi loro litigi in piena notte, con le loro minacce di morte, con urla disumane che lasciavano presagire chissà quali tragedie, e una volta effettivamente la tragedia c’è stata perché un tizio si è impiccato e la morosa l’ha trovato penzolante. Allegria.

Addio a te, Escort Sbirulino Muso da Cane, che col tuo invadente profumo inebriavi le scale ad ogni passaggio, col tuo trucco tutt’altro che pesante riportavi alla mente mille ricordi legati all’irresistibile pagliaccio interpretato da Sandra Mondaini e con i tuoi modi educati e il tuo sorriso rassicurante illuminavi le nostre vite. Quanto mi mancheranno i tuoi cancelli chiusi in faccia senza salutare.

Addio pure a voi, Tip e Tap, anonimi nipotini di Topolino, perennemente spaventati dal mondo che vi circonda, traumatizzati dal cane che vi faceva “bau” ogni volta che trascinavate i vostri zaini a rotelle lungo il corridoio d’ingresso. Peccato non poter assistere alla vostra trasformazione in adulti, il più grande prometteva bene con il suo look da The Kolors timidamente accennato. Non vi ho mai visti ridere una volta in nove anni, vi auguro di imparare a farlo.

Addio soprattutto a te, Strega Cattiva dell’Est del Mago di Oz, gobba, zoppa, perfida, sboccata e spietata nei confronti del povero figlioletto taccheggiatore di supermercati con la tv fissa su Doraemon 24 ore su 24. SAMUEEELEEEEEAHHRGH TI AMMAZZO STRONZO DI MERDA, e questo era quand’era di buon umore.

Addio anche a te, Signora Matta. Tu ci mancherai davvero perché oltre ad essere matta sei anche una bella persona.

Addio al portone che non si chiude, addio al fantasma del gatto Romeow, addio alle riunioni di condominio di cinque ore, addio ai mentecatti del piano di sopra che spostano mobili per dispetto, addio all’antifurto che suonava una volta al giorno svegliando regolarmente la bimba che dorme, addio a tutti quelli che mi sono dimenticato di citare e che comunque non vedo l’ora di non vedere mai più.

Adesso, se permettete, ricomincio a respirare.

 

 

 

 

 

CONTRO

  • Polemicozzo su presepe sì – presepe no
  • Freddo, sorprendentemente
  • Predicozzo sul Natale e non è vero che siamo tutti più buoni
  • Lamentele sugli addobbi e su babbinatale penzolanti
  • Festa all’asilo nido
  • Ah vero c’è anche capodanno, è già passato un anno da quell’altra volta in cui non sapevo proprio che fare e alla fine comunque ho fatto qualcosa

PRO

  • Compio gli anni. Mi piace compiere gli anni. Rispondo a tutti gli auguri
  • Tradizionale pranzo da Gianni a Gorizia
  • Pranzi di Natale
  • Pranzi di Santo Stefano
  • Cenoni di Capodanno
  • Bambina che per la prima volta aprirà con coscienza i pacchi regalo la mattina del 25, ed è già un mese che chiede “quando arriva buonnatale?”
  • Ferie a caso
  • STAR WARS
  • STAR WARS
  • STAR WAAAAAAAAAAAAAAAAAAARSAAAAAAASGDFASGDASJDG

Domatori di tragedie

novembre 16, 2015

Il brandizzato. Era Charlie quando eravamo tutti Charlie, era giallo quando eravamo tutti gialli, era arcobaleno quando eravamo tutti arcobalendo, è francese adesso che siamo tutti francesi. Era anche Valentino Rossi la settimana scorsa, comunque.

Il complottista
. Siamo sicuri che fossero veramente dell’ISIS? Siamo sicuri che non sia stata tutta una messa in scena? Come mai il ragazzo dell’italiana morta ha confermato la cosa solo due giorni dopo? Troppe cose non tornano. Secondo me ci stanno mentendo, niente di tutto questo esiste, e sono a posto con la coscienza.

Il benaltrista. “Sei triste per la Francia, eh? E perché non eri triste per la Nigeria? E per il Libano? E per i Curdi? E per i Giapponesi? E per Alderaan? E per i dinosauri?”. Il social network ideale del benaltrista, dunque, è composto da 1000 persone che ogni giorno, a tutte le ore, in ogni attimo libero della giornata, postano immagini di tragedie.

Il guerrafondaio. “Ammazziamoli tutti!”. Tutti chi? “I musulmani!”. Lo sta già facendo l’Isis, vuoi unirti a loro? “In che senso?”. Niente niente.

Il silenzioso poser. Quello che certe volte bisognerebbe semplicemente stare tutti in silenzio. Però lo dice. Come quando alle elementari facevamo il gioco del silenzio e uno diceva “ssshhhhhhh!”: ecco, tecnicamente quello lì aveva perso, per me, ma ci sono sempre state grandi discussioni a riguardo.

Il silenzioso autentico. Quello che sta in silenzio e basta, e di conseguenza si becca del superficiale e dell’insensibile da tutte le altre categorie.

E io? Io penso che ognuno abbia diritto a reagire a modo suo. Non mi piace pontificare dall’alto di sto cazzo su come sia giusto o sbagliato porsi di fronte ad eventi esageratamente più grandi di noi. Ogni volta che succede qualcosa del genere ho un rigurgito d’odio, e gestirlo è impegnativo, quindi da un lato capisco chi si lascia andare a proclami e dichiarazioni di guerra da tastiera, a patto di riuscire a trovare la lucidità, la voglia e la curiosità di andare più a fondo delle vicende e rendersi conto che non è mai tutto bianco o tutto nero. Questa lista non ha alcun intento polemico o critico: è un’analisi serena di quello che sto osservando in questi giorni post-apocalittici nei social network. Un’analisi che mi sento di concludere mandando affanculo le merde che hanno provocato tutto questo. Perché in mezzo a tutte queste discussioni magari perdiamo di vista quello che rimane, fino a prova contraria, il nucleo della vicenda: nessuno dovrebbe potersi permettere di spegnere una vita. Mai e per nessun motivo. Stronzi.

Una voce fuori dal coro

novembre 4, 2015

Di recente mi sono imbattuto nella storia della ragazza che, ad un colloquio di lavoro, si è rifiutata di rispondere ad una domanda sul suo stato civile e per questo è stata congedata dal proprietario dell’azienda (o chi per lui).

Dunque.

Se io devo assumere qualcuno, e io sono un privato e non un ente statale, ho il diritto di assumere chi mi pare. Puoi essere la persona più qualificata del mondo ma se arrivi al colloquio ruttando ho il diritto di non assumerti. Così come tu hai il diritto di presentarti ruttando, per carità. Libertà per tutti.

Allo stesso modo, se arrivi al colloquio e non rispondi ad una semplicissima domanda su di te ho il diritto di non assumerti. In un’azienda privata, che magari avrà 10-20 dipendenti, è giusto sapere chi si assume. E quindi è giusto che venga posta la domanda “sei sposata? Hai figli?”, che tra l’altro è una domanda che viene posta anche agli uomini, mica solo alle donne.

Vi svelo un segreto: se vi assumono, avranno bisogno di un vostro documento di identità. Documento in cui c’è scritto “Stato civile: X”. Quindi prima o poi lo dovrete dire se siete sposati o meno, e prima o poi lo dovrete dire se avete figli o meno, quindi perché far girare i coglioni a chi ti sta facendo un colloquio rifiutandoti di rispondere?

Si obietta: non è giusto che una donna venga discriminata e venga o meno assunta a seconda del proprio stato civile. Giusto. Sacrosanto. Mia moglie è andata avanti due anni a cercare lavoro e a farsi dire “grazie, le faremo sapere” da gente che non voleva assumere una ragazza di 30 anni che forse, chissà, un giorno avrebbe potuto avere figli. Ci incazzavamo quando non veniva assunta, eccome se ci incazzavamo, ma il mondo va così. I proprietari erano liberi di assumere chi volevano loro, per il principio universale “se i soldi sono miei ci faccio quello che voglio”. Inoltre capivamo il punto di vista di chi magari vive in un periodo di grosse difficoltà economiche (non a caso una delle aziende in cui ha fatto il colloquio è di recente fallita) e non può permettersi di assumere una ragazza che “rischia” di finire in maternità entro breve.
In un mondo ideale un pregiudizio del genere è ingiusto, ci mancherebbe, ma qui si parla del mondo reale.

Il tizio che ti ha fatto il colloquio era uno stronzo? Aveva la maglietta della lega? Era un cafone e ti trattava male? Insultiamolo per questo. Non insultiamolo per chi decide di assumere o non assumere.

La puttanata

settembre 22, 2015

Visualizzate.

Siete al pub con gli amici. Gli uomini come al solito fanno a gara a chi ha la coda da pavone più colorata e variopinta, ognuno interpreta il proprio personaggio, qualcuno si prende la scena, altri ascoltano ridacchiando, altri ancora armeggiano col cellulare. Le donne della tavolata stanno al gioco: ci sono quelle che ascoltano rapite, quelle che provano a prendersi a loro volta la scena, quelle annoiate, quelle che fanno finta di niente e scambiano messaggi su Whatsapp col misterioso tizio conosciuto il giorno prima.

In questo classico quadretto contemporaneo, a volte si verifica un avvenimento divertente, magico, esilarante.
Ci siamo passati tutti. Una rara e fortunata combinazione di discorsi, l’assist al bacio dell’amico, il tono giusto al momento giusto e…

… SDRANGHETE!

Eccola, è lei. LA PUTTANATA. La riconosci subito dall’inconfondibile sequenza: silenzio glaciale, sguardi perplessi, presa di coscienza collettiva, risata sguaiata, birra vomitata sul tavolo, pacche sulla spalla, momento memorabile, qualcuno lo posta tra virgolette su facebook ricevendo una vagonata di like da chi c’era e una vagonata di “boh, esticazzi?” da chi non c’era.

Più assurda, politically incorrect, grossolana, volgare, paradossale è, più successo avrà. La vera puttanata è quella che punta in alto, altrimenti che puttanata è? Si entra nella leggenda mirando alle stelle, non andando sul sicuro.

Ora immaginate, per un momento, che “mah, avrei voluto vivere nel 1942” l’avesse detto una vostra amica al pub. La conoscete, è quella più giovane del gruppo, quella che ogni tanto butta lì una puttanata distattamente, è fatta così, è il suo modo di mirare alle stelle nel campionato provinciale di puttanate acrobatiche.

“Ahahahahah ma che cazzo dici! Ma sei completamente rincoglionita?”

Tutti ridono, la cosa muore lì, quella frase diventerà uno dei grandi classici della cumpa.

Bene. Prendete quella vostra amica, mettetela in mutande, di fronte a una giuria, in diretta TV, conciata in maniera tale che mezza Italia la guardi e pensi “ma questa è un cesso” e fatele domande a bruciapelo.

È una brutta persona? È un serial killer? È una fuorilegge? È fruttariana? No, è semplicemente una ragazzina che ha sparato una puttanata. Capita. Se lo fa al pub, ci scappa la risata. Se lo fa in TV, viene seppellita da un intero paese che per giorni andrà avanti ad insultarla, a creare meme che smettono di essere divertenti dopo cinque minuti, addirittura ad augurarle di fare la stessa fine di chi in guerra ci è morto.

Calma. Le puttanate le spariamo tutti. Abbiamo semplicemente il grande vantaggio di farlo quando di fronte a noi ci sono i nostri amici e non il temibilissimo POPOLODELLARETE. È una ragazzina, magari superficialotta, ignorante, quello che volete, ma pur sempre una ragazzina. Tornate su Candy Crush e chiudiamo la vicenda per sempre, su.

1999

settembre 17, 2015

Io credo nell’esistenza delle dimensioni parallele. Credo che tutto quello che ho visto in Fringe possa potenzialmente esistere. Credo che Multiverso, lo spettacolo di improvvisazione al quale ho partecipato di recente, narri di episodi che potrebbero benissimo verificarsi nella nostra realtà.

Credo soprattutto che il mio amico Alessandro M. sia rimasto intrappolato in qualche modo nel 1999.
Qualche anno fa, sulle ali dell’entusiasmo post-nascita di Facebook, nell’era del boom delle cene di classe (“Ah ma c’è questo! E anche questo! E questa è sempre figa! E questa no! E questo stronzo non risponde!”), avevamo provato a contattarlo in mille modi: su FB non esisteva, il suo vecchio numero di telefono era morto, alcuni pare siano andati a cercarlo a casa sua e da allora nessuno ha più loro notizie.

Insomma, lo davamo per disperso ufficialmente. Fino a tre anni fa, quando mi arrivò un suo sms, come se niente fosse, come se non fossero passati 13 anni dall’ultima volta che ci eravamo parlati.

“Ehi ciao sono Alessandro. Hai il numero della S.? Ciao”

Rispondo.

“Oh, ciao, ma sei proprio M.? Ti abbiamo cercato per un sacco di tempo. Ci siamo ritrovati su Facebook e abbiamo fatto cena di classe”

“Cos’è Facebook?”

Cos’è Facebook. Cos’è Facebook. COS’E’ FACEBOOOOOOOOOK.

“Niente, una cosa di nicchia.”

“Ah ok. Oh comunque ti chiamo nei prossimi giorni”

Mancava solo che mi chiedesse “hai fatto la versione di latino?”. Inutile dirvi che da quella volta non mi ha più chiamato. Mi piace pensare che quella conversazione non sia mai esistita, nella mia realtà, ma che sia frutto di un equivoco spazio-temporale e mi sia arrivata direttamente dal 1999, anno in cui Alessandro M. si trova per qualche motivo incastrato.

Per l’eternità.

All’improvviso.

settembre 16, 2015

“Domani vado a fare la lezione di prova di una cosa che potrebbe piacerti. Vieni?”

Questa domanda me la fece Marco sei anni fa. Di anni ne avevo 29 e nel giro di pochi mesi sarei arrivato a trenta. I trent’anni, quando ancora devi raggiungerli, sono visti dal te stesso ventenne come l’inizio della fine, la morte dell’innocenza, il capolinea del divertimento, quell’età in cui sei costretto a cercare nuovi stimoli per tirare avanti e allora ti iscrivi al corso di cucina vegan, al corso di ballo latinoamericano, al corso di lingue orientali…

… al corso di improvvisazione teatrale. Sì, tra tutti i corsi da trentenni che avrei potuto scegliere era senza dubbio il più indicato a me, pensai. In particolare mi ritrovai a pensarlo subito dopo aver preso parte a quella lezione di prova, nella quale passai due ore e mezza a fare il pirla in un contesto in cui fare il pirla era considerato più o meno la normalità. Mi presentai come Mohammed, giusto per vedere l’effetto che faceva, e rimase il mio nome per tutta la lezione. Il potenziale era immenso.

“Ok, speriamo vi siate divertiti, per confermare l’iscrizione al corso diteci se preferite martedì o giovedì”.

Gulp.
Devo prendere una decisione? Adesso? Nella mia mente, erano due ore e mezza fini a sé stesse. Avrei dovuto andare e sparire, era solo un modo per riempire un anonimo lunedì sera di settembre. Guardo Marco e gli chiedo “ma tu ti iscrivi?”.

“Certo che mi iscrivo!”, come se fosse la cosa più ovvia dell’universo. E in un certo senso lo era, perché piano piano stavo iniziando a rendermi conto di come quelle due ore e mezza fini a sé stesse mi avessero rivoltato come un calzino. Questa gente è come me. Non hanno paura di fare la battuta idiota, perché è quello che sono. Non hanno paura di fare i clown di fronte agli altri, perché è quello che sono. Non hanno paura di aprirsi e lasciare che perfetti sconosciuti sbircino nel loro mondo.

“Ah beh, allora anche io”. Da allora non sono più tornato indietro e l’improvvisazione è diventata prima un aneddoto (“sai, faccio un corso di IMPROVVISAZIONETEATRALE, mica cazzi”), poi una curiosità, poi un interesse, poi una passione, poi la mia vita. Eh sì. Una cosa diventa la tua vita quando la sola idea di farne ipoteticamente a meno ti mette in agitazione. Sto per iniziare il mio sesto anno, terzo da amatore dopo i primi tre di corso base, e più vado avanti più mi rendo conto di non sapere niente, che non solo non finisci mai di imparare, ma che ogni giorno le tue certezze vengono capovolte, messe in discussione, massacrate, e non puoi far altro che lasciarle andare e abbracciare le novità. E questo cosa significa? Che non esiste il concetto di noia, nell’improvvisazione. Esiste solo un’asticella da limbo invisibile dentro di te che man mano decidi di abbassare.

Ah, se siete dalle parti di Padova e queste parole vi hanno messo in moto qualcosa, ascoltate quella vocina nascosta che vi sta suggerendo di provare. Dove? Qui!

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