Facciamo finta che sia una sorta di memo. Un appunto per quando, un giorno, dirò ai miei figli “ecco, al papà tanti anni fa piacevano quelle cose lì.  Che magari non erano il top assoluto uscito in quel preciso anno, non erano il meglio in rigoroso ordine di qualità, ma quello che ho ascoltato di più, che ho amato di più, che mi ha detto di più”.

“Ma papà, il mondo è finito nel 2012 e adesso viviamo nelle caverne insieme agli altri 20.000 sopravvissuti mangiandoci tra di noi, cosa vuoi che me ne freghi delle tue classifiche di fine anno del 2011? E poi cos’è un film?”

Top 10 dischi dell’anno.

  1. Pete and the Pirates – One thousand pictures
  2. Girls – Father, son, holy ghost
  3. Smith Westerns – Dye it blonde
  4. Manchester Orchestra – Simple math
  5. Fucked Up – David comes to life
  6. The Vaccines – What did you expect from the Vaccines
  7. Bright Eyes – The people’s key
  8. Bon Iver – Bon Iver
  9. Middle Brother – Middle Brother
  10. Cage The Elephant – Thank you, happy birthday

Top 10 concerti dell’anno.

  1. Paul McCartney (Bologna)
  2. Pulp (Hyde Park, Londra)
  3. Shed Seven (Manchester)
  4. Sufjan Stevens (Brighton)
  5. Pete and the Pirates (Bologna)
  6. The National + Beirut (Ferrara)
  7. Band of Horses (Bologna)
  8. I’m from Barcelona (Padova)
  9. Darren Hayman (York)
  10. Mona (Brighton)

Top 10 libri dell’anno

Niente di uscito quest’anno. Forse solo Chi non muore di Gianluca Morozzi. Per il resto sto ancora recuperando La Torre Nera di Stephen King, e sono solo a metà del (lunghissimo) percorso. Però ho letto davvero un sacco, nel 2011. E a giudicare dalla quantità di libri ricevuti in regalo a Natale / compleanno, leggerò un sacco anche nel 2012.

Top 10 film dell’anno

  1. Dreamland (capolavoro involontario che segna un’epoca)
  2. Drive
  3. The Fighter
  4. Carnage
  5. Midnight in Paris
  6. Warrior
  7. Boris – il film
  8. Super 8
  9. This must be the place
  10. Sherlock Holmes – A game of shadows

Top 10 serie tv dell’anno (stagioni andate in onda nel 2011)

  1. Breaking Bad – stagione 4
  2. Boardwalk Empire – stagione 2
  3. Homeland – stagione 1
  4. Game of Thrones – stagione 1
  5. Shameless US – stagione 1
  6. Community – stagione 2/3
  7. Curb your enthusiasm – stagione 8
  8. Friday Night Lights – stagione 5
  9. Episodes – stagione 1
  10. The League – stagione 3

Poi volevo passare alla categoria “peggiori cose dell’anno” ma vi evito l’astio. Solo due cose: il nuovo dei Glasvegas peggior disco dell’anno e la sesta di Dexter peggior stagione telefilmica dell’anno.

AUGH.

 

 

La mia collezione di dischi

dicembre 7, 2011

Ehi, un post nuovo! Sì, ma su richiesta. Vale lo stesso? Decidiamolo alla fine.

Temino del giorno: la mia collezione di dischi. Collezione di dischi di cui abbiamo una parziale diapositiva. Parziale perché manca tutta la parte di destra del megamobile Ikea da me personalmente progettato, pitturato ed assemblato, l’unico vero motivo d’orgoglio della mia altrimenti anonima casetta. Anonima, dai. Diciamo che è un enorme contenitore di dischi, dvd, videogiochi, libri, cani e persone. Uno scatolone a forma di casa.

La mia collezione di dischi mi rappresenta alla perfezione: è ingorda, beffarda ed esibizionista. Quanti dischi hai? MILLEMILAMILIONI. Sbadabam. No dai, quanti ne hai. Quattromila, circa. Quattromila? Ma ti rendi conto di quanto hai speso in dischi in vita tua? Metti quindici euro per cd e – no, piano. Molti sono singoli, molti sono promo, molti sono stati acquistati all’estero per poche noccioline. Anzi, senti qua: la mia collezione di dischi mi è costata più o meno l’equivalente di quanto incassato in otto anni di djset. Siamo pari. Non ci ho rimesso niente. Smettila di giudicarmi e di giudicarla. Inoltre non fumo. Ecco, quello è un modo stupido di buttare via i soldi, non credi? Bene. A posto.

C’è da dire, comunque, che la mia collezione di dischi non è solo mia. Quando io e la mia signora abbiamo iniziato a convivere c’è stato il rituale della fusione, due collezioni importanti convogliate in un’unica collezione mastodontica, dalla quale sono avanzati circa duecento doppioni magnanimamente regalati agli amici. Detto questo, ne avevo comunque più io.

Dentro la mia collezione di dischi c’è questo, più tutto quello che ho comprato dal 2004 in poi, e uno può pensare “che splendido pretesto per finire quel post incompiuto!”, e uno avrebbe anche ragione. Sostanzialmente, dal 2004 in poi la mia collezione è cresciuta a dismisura grazie a quattro categorie di dischi:

- I dischi della nostra generazione. Quelli di tendenza nel mondo hipster, avete presente? Quelli che escono e tutti “oh! il nuovo Bright Eyes!” e per due settimane non si ascolta altro perché quello è il disco del momento. Poi magari lo metti via e te lo dimentichi fino a dicembre, quando devi pensare ai dischi dell’anno per l’inevitabile top 10 e “Oh ma è uscito nel 2011? Avevo completamente rimosso”.

- I dischi ballabili. Ve l’ho detto, ho fatto a lungo il diggei. E per un certo periodo di tempo, fortunatamente superato, sono andato avanti ad acquistare ogni disco contenente almeno un pezzo tirato (rigorosamente indierocche, eh, che non fraintendiamo) . Questo ha fatto sì che accumulassi una quantità spropositata di dischi, vabbè, diciamolo, dimmerda. Ma ballabili, eh! Tutta roba che farà la mia fortuna quando tra dieci anni verrò pagato molti dobloni per fare le mie serate vintage nostalgiche degli anni ’00. Volete un esempio, magari? Gli Automatic. Ho un disco degli Automatic.

- I dischi che nessuno conosce. Avrei potuto dire “i dischi sconosciuti” ma non sarebbe stato abbastanza. Questi non sono sconosciuti. Questi, semplicemente, non li conosce nessuno. NESSUNO. E’ il passaggio successivo. Adesso i dischi che non conosce nessuno non esistono più, purtroppo, perché da Myspace in poi le band hanno imparato a promuoversi almeno quel tanto che basta per un mini-tour italiano di tre date a Milano, Bologna e Roma. Ma anche solo 7-8 anni fa la scena musicale pullulava di gemme nascoste. Ad esempio i Medium 21 nessuno di voi li conosce. A parte quelli a cui li ho fatti conoscere io. Poveri Medium 21, erano così bravi ma davvero, davvero sconosciuti. Anzi, conosciuti da nessuno. Al punto che non ho trovato neanche un loro video su Youtube. Eppure sono esistiti. Lo giuro.

- I dischi vecchi. Dai Beatles a Dylan a Springsteen a Neil Young a decine e decine di band punk e post punk, negli ultimi anni ho iniziato una meticolosa opera di recupero di classici che avevo solo in mp3 o che addirittura non avevo mai sentito. In questo modo ho la coscienza a posto quando dico a qualcuno “nooooo non puoi non avere The River del Boss, sono LE BA SI”. Per la cronaca, sono sempre meglio di quello che esce oggi. Altra qualità, altra pasta, altro spirito. Arrendetevi e accontentatevi.

Aggiungo che la mia collezione di dischi è, manco a dirlo, in continua ed inarrestabile crescita. Ultimi arrivati, due dischi dei Wilco acquistati in offerta su Play.com. E con quest’ultima affermazione mi son giocato la conclusione altisonante. Anzi no, rieccola. No, niente, falso allarme.

Ehm, buone feste?

Collega (donna) contro tizio che rifornisce il distributore di bevande.

“Nessuno vuole la Fanta! Basta riempire il distributore di Fanta! Vogliamo tutti la Coca Cola, qui”.

Segue lite tra i due, con lei che dice di parlare a nome di tutti, lui che la accusa di avercela con lui, gli altri colleghi che ascoltano e non prendono le parti nè dell’uno nè dell’altra.

E poi io.

Io, nel mio angolo, sommerso di lavoro che mi rende difficile perfino cazzeggiare, come ultimamente accade fin troppo spesso.

Io, che di Coca non ne bevo tanta, che di Fanta non ne bevo tanta, che bevo l’acqua perchè voglio illudermi di essere vagamente a dieta, o a qualcosa del genere, insomma bevo acqua quando ho sete.

Dopo mezz’ora di discussione i due si congedano insultandosi, con lei che lo minaccia di chiamare i suoi superiori, lui che la minaccia di morte, cose così. Lei torna alla sua postazione e CONTINUA a parlare della lite. E continua. E continua. E non finisce. MAI.

Lui è ancora di là che sta ultimando di compilare le sue scartoffie. A quel punto decido che tocca a me.

Avevo ascoltato tutto senza intervenire perchè, sostanzialmente, non me ne fregava un cazzo. Ma ad un certo punto è passato a trovarmi un vecchio amico. Lui. Il tarlo. Il tarlo del troll.

Mi alzo.

Mi dirigo verso il distributore.

Il tizio è ancora lì.

Inserisco 70 centesimi.

Seleziono LA FANTA.

La sua faccia si illumina.

Io non dico niente.

Cammino con passo felpato e mi dirigo di fronte alla collega.

*TCHSCHHHHH*

L’inconfondibile rumore di lattina che si apre.

Di lattina di Fanta.

La sua faccia allibita.

Il collega dell’ufficio acquisti che muore soffocato dalle risate, felice.

Io che la bevo ad occhi chiusi, con gusto, con gioia, con soddisfazione.

*AAAAAAAHHHHH*

Lei che con lo sguardo cerca di capire perchè.

Per il LOL, cara amica collega. Per il LOL.

Ottobre. Un giorno come tanti. Oggi, per la precisione. Vado all’Ipercity di Albignasego (PD) a nutrirmi al prestigioso buffet + bevanda cinque euro. All’uscita mi reco ad acquistare la mia copia di Football Manager 2012, felice e contento come un bimbo la mattina di Natale. Faccio per uscire, vado verso la macchina dove mi aspetta mio fratello e chi ti incrocio? Bravi, avete indovinato: Stocazzo. Stocazzo si dirige verso di me ed esclama “ciaooooo! Ma non sembravi neanche tu da lontano”. Questo perchè non ero io, chiunque lui intendesse. Era la prima volta che lo vedevo in vita mia. Oppure mi sono rincoglionito pesantemente * e vabbè. Stocazzo mi saluta un casino con l’entusiasmo di chi non mi vede da tempo ed è proprio felice di vedermi, io metto in pratica la lezione imparata ad Imprò ed ACCETTO LA SUA PROPOSTA, divento quel suo amico immaginario e mi faccio trascinare nel suo mondo. Stocazzo si stupisce nel vedere che ho acquistato un gioco originale. Stocazzo si stupisce nel vedere che seguo il calcio (IO). Stocazzo mi chiede come va, cosa faccio, come sto, e insomma, e questo, e quest’altro. Io rispondo a tutto con le più vaghe risposte apprese in anni e anni di interviste dei calciatori. Tipo “Ah, io sto bene, ma l’importante è che stia bene la squadra”, o giù di lì. Alla fine mi stufo, decido che si è fatta una certa (era vero), lo saluto calorosamente con una bella pacca sulla spalla e alla prossima avventura, amico Stocazzo.

* = Se Stocazzo stesse leggendo e volesse rivendicare la sua identità e il suo status di MIO AMICO lo faccia e mi tolga dall’imbarazzo. Anche se ho i miei dubbi di essere io il rincoglionito dei due, in questo caso. Certo è che se sono io sto continuando a peggiorare la situazione. Tanti cari saluti a te e alla famiglia, Stocazzo.

Kentucky Fried Post

settembre 26, 2011

A me piace ridere. Ridere non è facile, soprattutto in Italia. Ne parlavo qualche anno fa e, nel frattempo, la situazione non è migliorata.

Per ridere bene e ridere sano, in Italia, il metodo più efficace è andare a cercare uno spettacolo di improvvisazione teatrale. Non ne avete mai visto uno? Male. ma fate attenzione, rischia di sconvolgervi la vita. A me è successo. Sono al secondo anno di corso e non ho nessuna intenzione di fermarmi.

Se invece preferite ridere comodamente seduti in cameretta, di fronte al vostro personal computer, potete rivolgervi alle decine e decine di show stranieri che, settimanalmente, ci ricordano quanto sfigati siamo noi italiani.

In questi anni mi sono fatto una vera e propria cultura di quei telefilm noti al mondo come “comedy”: oltre al meccanismo collaudato delle sit-com esistono molti altri modi per strapparci una risata, e scusatemi ma mentre scrivevo “strapparci una risata” mi rendevo conto che era giunto il momento di andare al sodo.

Le dieci migliori comedy PER ME. Quindi niente “eh manca questo, manca quello”. Fatevi la vostra lista e ciao.

10. 30 Rock

9. Eastbound & Down

8. Extras

7. Entourage

6. It’s always sunny in Philadelphia

5. Curb your enthusiasm

4. Community

3. The Office

2. Boris

1. Arrested Development

Cos’è, vi aspettavate cinquanta righe di commento su ognuna? Illusi. Facciamo così: 30 Rock è stato fighissimo per anni, poi si è spento e l’ho mollato, adesso mi han detto che è tornato meritevole. Eastbound & Down ha una facciata volgare e grossolana ma è in realtà una straordinaria storia di fallimenti. Extras è il trionfo di quel folle di Ricky Gervais e le guest star di lusso sono una più azzeccata dell’altra. Entourage va visto solo ed esclusivamente per Ari Gold (e per Lloyd. E per Drama). It’s always sunny in Philadelphia è un delirio unico nel suo genere, nel quale può anche capitare di vedere Danny De Vito nudo e ricoperto di vasellina. Curb your enthusiasm è l’apoteosi della commedia degli equivoci e mette in mostra tutta l’autoironia del geniale Larry David. Community più che una serie è una meta-serie, un giocattolone con cui l’autore Dan Harmon sperimenta tutti i suoi più bagnati sogni geek. The Office, sia in versione UK che in versione US, è il miglior esempio di mockumentary in circolazione (e questo include il sopravvalutato Modern Family). Boris è il vero miracolo italiano, una mosca bianca, la dimostrazione concreta che non tutto è perduto. Arrested Development è, semplicemente, la miglior serie comica di tutti i tempi.

 

 

 

Barry

luglio 29, 2011

Volevo dire al tale che è giunto qui cercando “insomma sto cazzo di barry manilow chi e’????” per prima cosa di STARE CALMO, e poi che Barry Manilow è un noto cantante pop americano.

Per la precisione, è il nome d’arte di Jim Morrison. E’ buffo perchè nessuno gli ha mai detto niente (tipo, chessò, hey, Jim Morrison, ma allora sei vivo), almeno finchè qualcuno non ci ha fatto caso. Ma ormai era troppo tardi.

Spero di esserti stato d’aiuto.

Strano luogo, il cinema, democratico scatolone capace di dare spazio al più memorabile dei capolavori così come al più imbarazzante dei b-movie. Una possibilità la concede a chiunque, il cinema, perfino a Sebastiano Sandro Ravagnani, già Telegatto per Sabato al circo, e al suo Dreamland, pellicola che nei mesi scorsi aveva fatto parlare di sè per un trailer in puro stile Maccio Capatonda e per una locandina che io stesso, col Paint di Windows, avrei saputo realizzare meglio:

Misteriosamente, lo scorso weekend, Dreamland ha visto la luce, e qui ci sarebbe da indagare su chi e cosa possa spingere una simile boiata nelle sale italiane, compito che lascio volentieri ad altri. Io preferisco concentrarmi sul lavoro dell’artista.

Notando che uno dei multisala in cui viene proiettato si trova a mezz’ora da casa mia, decido di coinvolgere il mio amico Marco Bersani, fine esteta del trash, e insieme ci avventuriamo verso lo spettacolo delle 20.15, emozionati e speranzosi, come se una parte di noi già sapesse a cosa stavamo andando incontro.

Arriviamo e il cinema è deserto. Il bigliettaio ci guarda con un’espressione dubbiosa, del tipo “ma siete sicuri?”: gli spieghiamo che sappiamo tutto e siamo lì esattamente per quello. Ci informa che nel weekend ben undici persone (!) prima di noi sono andate a vederlo e gli promettiamo che se sarà il capolavoro che pensiamo possa essere ne arriveranno molte di più, in seguito.

In sala ci siamo solo noi. Dopo i trailer di rito inizia lo show, e fin dai titoli di testa ci rendiamo conto che quella sala, nella successiva ora e mezza, diventerà la nostra Mecca personale. Perchè? Tenterò di farvelo capire, ben conscio che le mie parole non potranno mai rappresentare degnamente la grandezza di Dreamland.

- Non esiste una trama. Non esiste un dove. Non esiste un quando. Non esiste un perchè. I personaggi agiscono totalmente a caso, girano con  indumenti moderni in città dove transitano auto del 1940, poi improvvisamente si passa negli Stati Uniti, come se niente fosse, ma mentre siamo negli Stati Uniti il protagonista entra in un tipico bar del sud Italia dove servono latte di mandorla e si gioca al biliardo all’italiana. Un totale delirio che farebbe impallidire il più ispirato dei David Lynch.

- Per farci capire che siamo in America i personaggi hanno nomi americani, logicamente. Frank, James, Michael (che però dicono essere ispanico, nonostante l’accento bergamasco), Gregory, Brandon e via dicendo. Poi ad un certo punto entra in scena una bimba che dice di chiamarsi Giusy, che non ha molto di americano ma finendo con la ipsilon andava comunque bene. Dulcis in fundo il cattivo finale si chiama FABIOS: non conoscendo l’equivalente di “Fabio” in americano, hanno pensato che fosse sufficiente aggiungere una esse e tanti saluti.

- Gli attori, manco a dirlo, sono dei pezzi di legno. La meravigliosa metafora, in tutto questo, è che il negozio attorno al quale ruotano le vite dei protagonisti è un baracchino in cui si intagliano giocattoli di legno. Attori di legno che intagliano il legno a loro immagine e somiglianza. Pasolini non avrebbe saputo fare di meglio. Questa loro legnosità ci si presenta dinanzi in tutto il suo splendore soprattutto nelle tragicomiche scene d’azione e nell’avvilente scena di sesso, che ha almeno il pregio di regalarci un capezzolo volante.

- La regia è straziante. Le scene spesso ci vengono raccontate (“c’è appena stata una rissa! che disastro!” col bar in perfetto ordine, oppure “guarda che colpo da maestro!” giocando a biliardo, senza che il colpo venga inquadrato) e forse sono quelle che riescono meglio, perchè per il resto pare di assistere al lavoro di un amatore alle prese con la telecamera ricevuta in regalo per il compleanno. Nella scena del match di pugliato (match per IL TITOLO DEL  MONDO, di fronte a otto persone) ad un certo punto entra in scena un microfono, e non credo serva aggiungere altro. Kubrick chi?

- Capisco che i fondi potessero essere limitati, ma veder tornare in scena più e più volte oggetti già visti in altre scene è allo stesso tempo commovente e imbarazzante. James, il protagonista, ad un certo punto sale in cucina portando un sacchetto con due filoni di pane; un minuto dopo quello stesso sacchetto e quegli stessi filoni di pane si ripresentano nel negozio sotto casa.

- Le musiche sono quanto di più anticlimatico una mente umana possa partorire. Totalmente casuali. Musiche da commedia durante le scene d’azione, musiche da videogioco durante le scene drammatiche, tutto quello che poteva essere sbagliato è stato sbagliato, e male. Inutile aggiungere che ne esigo la colonna sonora al più presto.

- La sceneggiatura. Non vi voglio rovinare la visione (sono certo che dopo queste righe non vedrete l’ora di fiondarvi al cinema), vi dico solo che ad un certo punto la trama scompare. Se nella prima parte, pur nella sua assurdità, Dreamland era riuscito a seguire una sorta di filo conduttore, nella seconda saltano gli schemi e ci troviamo di fronte a sottotrame appena accennate, conflitti risolti con poche battute, personaggi che scompaiono senza dire niente (Frank, mentore del protagonista, ad un certo punto non si vede più. “E’ andato in Italia”, dicono) e nuovi antagonisti che entrano in scena e scompaiono nel giro di poche battute. Come se non bastasse, ci tocca sorbirci per venti minuti gli esercizi in palestra di Ivano De Cristofaro e perfino un video d’annata di Franco Columbu e Arnold Schwarznegger (!) infilato in maniera totalmente random all’interno del film.

- Ciliegina sulla torta, i titoli di coda infarciti di errori di battitura e i bloopers finali, due minuti di “papere” come se tutto il resto del film non ci avesse ammazzato dalle risate a sufficienza.

Morale della favola, Dreamland è il film più importante della nostra generazione. Un futuro cult di cui un giorno i nostri figli saranno fan sfegatati e si ritroveranno insieme a recitare a memoria le battute. Andate a vederlo prima che lo tolgano dalle sale per sempre. Correte. Davvero. Ve lo dico col cuore.

Ah, un’ultima cosa. Tenetevi forte. E’ previsto il sequel.

10

maggio 18, 2011

Scusate. Questo post non è per voi. Questo post è per lei.

Dieci anni di te.

Dieci anni di Annafrancesca, dieci anni di occhioni, dieci anni di gingillà, dieci anni di ciuuuu, dieci anni di mao, dieci anni di boo you, dieci anni di cushioli, dieci anni di gattoooo, dieci anni di sbrilluccica, dieci anni di toccaappoooooo, dieci anni di lettòni, dieci anni di saltaddosso, dieci anni di RONF, dieci anni di ooooh, dieci anni di moooreeeee, dieci anni di nonhoparole, dieci anni di ciaottu, dieci anni di ketchup e patatina, dieci anni di pescelesso, dieci anni di elapatente?, dieci anni di buonfilm, dieci anni di le tue groupies, dieci anni di animalimorti, dieci anni di è… strano, dieci anni di toys, dieci anni di miei ricci, dieci anni di basta calcio, dieci anni di andiamo al concerto – no sono stanco/a, dieci anni di nacchie, dieci anni di controlla se c’è il prosciutto dentro, dieci anni di mi sgratti?, dieci anni di un po’ più su un po’ più a destra…. LLLI!, dieci anni di melassa, dieci anni.

Dieci anni? Di già? Viene bene, te lo dicevo. :)

Io e i dischi.

aprile 15, 2011

Allora, ho sentito che sabato è il Record Store Day. Cos’è? Non ho capito. Non me l’hanno spiegato. Non ho voglia di leggere. Però suona bene. E mi mancano i negozi di dischi. E poi ho letto questo post fighissimo di Dietnam che mi ha ispirato a scrivere qualcosa di analogo. Ovvero, la mia vita da consumatore di musica. E vi assicuro che ne ho consumata parecchia.

Un post del genere è ambizioso, eh. Rischia di diventare lungo. Molto lungo. Ma sono in uno di quei momenti in cui sento che la tastiera si sta impadronendo di me e non c’è verso di resisterle. E allora vai, tastiera, portami dove cazzo ti pare.

Gli inizi (6-10 anni)

Alta Fedeltà non era ancora uscito, e anche se fosse uscito a sei anni di certo non l’avrei cagato, fatto sta che io già mi facevo le classifichine, le top 10. Sentivo un motivetto e quella diventava la mia canzone preferita. Ne sentivo un altro, scalzava la precedente capolista e la mia personale superclassifica show iniziava a prendere forma. Quando uscì la colonna sonora di Dirty Dancing, da me allora conosciuta come “Darton Malaif“, passai un intero pomeriggio ad ascoltare il nastro che avevo registrato dalla tv col mio leggendario registratore Fisher Price, con mia madre che ad un certo punto fece irruzione in camera chiedendomi se potevo cortesemente finirla che non ne poteva più. Tra gli altri grandi classici che avevano catturato la mia puerile attenzione cito Mandy di Barry Manilow (era il pezzo di uno spot televisivo, ne conoscevo solo 20 secondi) e No Woman, No Cry di Bob Marley (ritornello sentito non ricordo dove, e anche in questo caso era l’unica parte a me nota). Andavo in giro a dire che i Duran Duran erano il mio gruppo preferito perchè era il gruppo preferito del pupazzo Four di Ciao Ciao, così come andavo in giro a dire che il mio wrestler preferito era Jake “The Snake” Roberts perchè era il preferito di Dan Peterson. Ero facilmente influenzabile.

Tra gli italiani, il mio idolo incontrastato era Francesco Salvi, e la passione per i suoi brani mi spinse a supplicare mia madre affinché mi facesse rimanere alzato a vedere l’edizione del 1989 del Festivàl di Sanremo, alla quale partecipava con “Esatto”, che per me all’epoca era la canzone più bella di tutti i tempi. Sanremo divenne una costante, da quell’anno in avanti, e trascorrevo i pomeriggi alla radio alla ricerca dei pezzi sentiti la sera prima. Erano tutti belli. Erano canzoni intere. Nessuno a casa mi aveva mai fatto sentire canzoni intere, i miei non erano grandi appassionati di musica e non avevamo neanche uno stereo. Ricordo che consumai una cassettina di Bimbomix proprio perchè era l’unica cosa ascoltabile nell’arco di miglia.

La pre-adolescenza (11-13 anni)

Nel 1991, dalle mie parti, se non ascoltavi i Pitura Freska eri decisamente out. Un gruppo che canta in dialetto veneto! Che dice parolacce! Era una rivoluzione. Li ascoltavamo e ci sentivamo grandi. I genitori sghignazzavano e spesso non capivamo perchè, dato che nove allusioni su dieci non eravamo ancora in grado di capirle. Interessante, col senno di poi, il fatto che se ne fottessero altamente dei messaggi pro-droghe leggere presenti in tutto l’album. Evidentemente pensavano fossimo troppo ingenui per cogliere. E infatti era vero.

Mi piaceva molto anche Francesco Baccini: cercai la cassetta di Nomi e Cognomi ovunque ma quando la trovai, pronto ad investire le mie pochemilalire, qualcosa mi bloccò. Forse il me stesso del futuro intervenne a livello subconscio per dirmi “oh, cazzo fai? Compri un disco di Baccini?”.

La svolta, però, era dietro l’angolo. Novembre 1992: mio padre si convince a comprare uno stereo coi controcazzi, con tanto di lettore cd (novità ultratecnologica dell’epoca). Andiamo al Ventitrè, storico negozio di dischi padovano, uno dei pochi aperti ancora oggi, perchè vuole regalare a mia madre il disco dei Queen con Who wants to live forever, sua canzone preferita. Mi dice che posso prendermene uno anche io. E cosa potrà mai volere un bambino di 12 anni (ancora da compiere) come primo cd della sua vita?

Facile. Automatic for the people dei REM, ovviamente. E perchè mai? Contestualizzo. Pochi giorni prima, un video trasmesso da Superclassifica Show mi aveva fatto rizzare le antenne: c’era un tizio che si faceva trasportare da un oceano di mani, la canzone era abbastanza cupa (per i miei standard dell’epoca) ma aveva un che di ipnotico. Era Drive. In realtà c’erano tanti altri dischi che avrei potuto scegliere, quel giorno, ma optai per i REM per fare il figo con mio padre che non li conosceva. A proposito: che pezzo della madonna, ancora oggi.

Il disco mi piaceva abbastanza, ma non avevo fatto i conti con Freddie Mercury. Quando i miei piazzarono A kind of magic nel lettore, mi scattò qualcosa dentro. Qualcosa che, nel suo piccolo, mi avrebbe cambiato la vita. Che voce aveva, quel tizio? Ma era quello che era morto un anno prima? Eh sì. E un anno prima, quando un mio compagno di scuola disse “è morto Freddie Mercury”, commentai “tanto era gay”. Piccolo teppistello omofobico veneto che non ero altro. Fatto sta che la frittata era fatta: ero irrimediabilmente diventato un fan dei Queen. Un fanboy. Duro e puro. Mi scrivevo i testi nel diario. Sulla cartella. Non parlavo d’altro. A scuola ero diventato “quello dei Queen”. Iniziai a comprare tutti i dischi, e quelli che non compravo me li facevo copiare in cassetta da qualcuno che li aveva. Nel giro di qualche mese entrai in possesso di tutta la discografia e, manco a dirlo, la imparai a memoria a tempo di record. Al mare, l’estate successiva, partecipai alla “corrida” del campeggio cantando in playback “I want it all”: conoscevo ormai a menadito tutte le mosse di Freddie e l’esibizione fu un successo, a giudicare dagli applausi. Piccoli grandi momenti di gloria.

Non esisteva altro. Pensai che non mi sarei mai potuto stufare di quella musica. Riuscii a creare un piccolo spazio, nel mio cuore, solo per Elio e le storie tese (complice la sigla di Mai dire gol e una cassettina allegata a Tutto Musica e Spettacolo) e gli Aerosmith. Nel 1993 era uscito Get a Grip, ma me ne accorsi solo l’anno dopo complici un paio di video particolarmente azzeccati. E se vi state chiedendo “quali?” allora non avete vissuto. Anche per loro scattò l’operazione-Queen: fanboy, discografia completa, pezzi imparati a memoria. Si erano guadagnati un’onorevolissima seconda posizione.

Nel frattempo mio zio, avido consumatore di vinili, cercava di indirizzarmi sulla retta via, nonostante a due anni gli avessi distrutto una dozzina di dischi e ne avessi fatto costruzioni col pongo. Avrebbe benissimo potuto odiarmi a morte, e l’avrei capito perfettamente. Mi regalò il cd di Born to run di Bruce Springsteen, che io neanche ascoltai. Chi l’avrebbe mai detto che 15 anni dopo sarebbe diventato uno dei miei dischi preferiti?

Il liceo. (14-18 anni)

La stagione 94/95 è caratterizzata dalle voci sull’uscita del fantomatico disco dei Queen con materiale inedito. “Il disco fatto al computer”, si diceva. Made in Heaven uscì nel 1995, preceduto dal singolo Heaven for everyone. Mi sembrava meraviglioso. Tutti i pezzi erano stupendi. Solo oggi mi rendo conto che, a parte un paio di momenti, era composto quasi esclusivamente da scarti: se me l’aveste fatto notare quando avevo 14 anni vi avrei strappato la testa a morsi. Complice la sua uscita, tra fine 1995 e inizio 1996 iniziai a seguire Videomusic / TMC2 alla ricerca di videoclip, servizi e quant’altro sul mio nuovo disco preferito. Fu l’inizio di una nuova era.

Il britpop non mi interessava, quando esplose la mania (diciamo 1994). Ero troppo impegnato ad essere un moccioso appassionato di videogiochi per pensare anche solo lontanamente di allargare i miei orizzonti musicali. Poi un bel giorno, ma davvero bello, mi capitò di vedere un video. La canzone era devastante, per le mie orecchie verginelle. E che voce, quel ragazzo. Certo, non era Freddie, ma questo almeno era vivo. Decisi che dovevo diventare un fan di questi Marion. Nella speranza di ribeccare il video di Sleep, registrai tutta la notte Videomusic (strategica vhs da quattro ore in long play) e il giorno successivo ne scandagliai il contenuto. Non trovai Sleep, ma un altro pezzo. E che altro pezzo. Ero completamente conquistato da quelle atmosfere, dall’aggressività delle chitarre, dall’attitudine del cantante. Jaime Harding divenne il mio idolo adolescenziale, e il fatto che lo conoscessi solo io aggiungeva pepe al tutto. Piccoli indie snob muovono i loro primi passi.

Nel giro di qualche mese accantonai i Queen. Basta. Era finita. Li avevo amati troppo, avevo bisogno di nuovi stimoli. I Marion non avevano una lunga discografia da collezionare ed imparare a memoria (anche se comprai TUTTI i singoli, scoprendo il magico mondo degli acquisti telefonici), dunque presi coraggio e decisi che era giunto il momento di scoprire il mondo. In una recensione di This World and Body facevano notare che i Marion erano concittadini di tali Joy Division, cosa che aveva generato paragoni assolutamente insensati tra le due band. Ma chi erano, questi Joy Division? Mi recai al mio nuovo negozio di dischi di fiducia e comprai, alla cieca, una raccolta. Per un ragazzino abituato alle voci scintillanti, il tono grave di Ian Curtis fu uno shock. Non mi piaceva. Non capivo come potessero averli paragonati ai Marion. Accantonai il disco, per ripescarlo nell’estate successiva ed innamorarmene perdutamente. Era un periodo piuttosto tribolato e avevo bisogno di ascoltare qualcosa di triste.

In contemporanea, complice un mio compagno di classe iniziai ad appassionarmi anche agli U2. Mi prestò The Joshua Tree e, nonostante qualche dubbio iniziale (“la chitarra è sempre uguale“, sentenziai) ben presto mi arresi all’evidenza che mi piacevano da impazzire. Solito processo: fanboy, discografia completa, pezzi imparati a memoria. Non avevo mezze misure: se qualcosa riusciva nell’ardua impresa di attirare la mia attenzione dovevo conoscerla e approfondirla nei minimi dettagli. Vado per i 31 anni e non sono cambiato per niente.

Da lì in poi fu tutta discesa: Suede, Manic Street Preachers, Embrace, Ash, Smiths, gli immancabili Elio e le storie tese, qualche primo assaggio di Beatles, The Cure, Placebo, Gomez, Stereophonics (Word Gets Around fu un grande successo in classe mia), The Verve, Supergrass, Smashing Pumpkins, Mercury Rev, Radiohead (che roba Ok Computer. Che roba!) … a 17 anni, finalmente, ero uscito dal guscio. Compravo la mia copia di Rock Star e, in base alle recensioni, decidevo cosa andare a cercare. La fissazione successiva fu per Jeff Buckley: Mixo passò il video di questo cantante dalla voce angelica e disse che era morto tragicamente da pochi giorni. Perchè i cantanti con una voce della madonna dovevano sempre morire giovani?

Nel 1998 venne alla luce anche il secondo disco dei Marion, The Program. Inizialmente lo fecero uscire solo in Giappone e io lo comprai di importazione pagandolo 74.000 lire. Rendetevi conto. Il singolo che l’aveva preceduto, “Miyako Hideaway”, sembrava introvabile. Passai giorni a telefonare a tutte le radio possibili per richiederlo, finchè un bel giorno l’insospettabile Bum Bum Network la mandò in onda rendendomi il ragazzino brufoloso più felice della Terra. Purtroppo ste merde decisero di mandare un breve spot a metà canzone, dunque la versione che registrai in presa diretta conteneva la pubblicità di un calzaturificio.

La scuola stava finendo e io ormai ero lanciatissimo nel mio nuovo ruolo di musicofilo che prestava dischi ai compagni di scuola (alcuni non li rividi mai più) e andava a pescare gruppi assurdi. Un giorno, durante una gita, un tizio mi disse “ma non puoi ascoltare musica normale come tutti?”. No, caro amico caprone. Non potevo.

La libertà (19-20 anni)

La mia carriera universitaria fu breve ma intensa. Due anni di giurisprudenza a Ferrara da pendolare, mi svegliavo alle sei di mattina e tornavo la sera. Piuttosto massacrante. A farmi compagnia c’era ovviamente il mio fido lettore cd: in quel periodo impazzivo per i Clash, scoperti l’estate precedente, per i Divine Comedy, per i Cake, per gli Eels, per gli At the drive-in. Stavo decisamente crescendo. Rock Star era diventato troppo mainstream, per i miei gusti: ora compravo il Mucchio, Rockerilla, Rumore, il Melody Maker, il New Musical Express.

A fine ’99 scoprii i Muse, che oggi sono una band di livello mondiale ma che all’epoca nessuno si filava. Matt Bellamy era gentilissimo e partecipava attivamente a tutte le discussioni della mailing list ufficiale, cosa che mi colpì molto, perchè fino a quel momento avevo visto i musicisti come delle entità astratte lontanissime da noi umili mortali.

Iniziò anche la mia carriera concertistica, prima con qualche concertino di Elio e successivamente con qualcosa di decisamente tosto, tipo gli Smashing Pumpkins a Milano.

Internet diventava sempre più diffusa ed era davvero utile nella mia ricerca di gruppi misteriosi e sconosciuti. Una grossa mano me la diede il newsgroup it.alti.musica.rock, covo di grandi esperti e di snob da antologia. Ognuno aveva il suo piedistallo personale dal quale giudicava i gusti altrui, ma era tutta scena. Se non ti facevi impressionare e riuscivi a scavare sotto la superficie, era davvero utile per scoprire nuova musica. Ad esempio mi fecero conoscere i Belle & Sebastian, i Flaming Lips, i dEUS, i Pixies, i Pavement… tutte band che sarebbero finite nel mio olimpo personale.

Con l’arrivo della mia prima linea ADSL, iniziai anche a scaricare musica. Soprattutto tramite un programmino rivoluzionario chiamato “Napster“.

#UK (21-23 anni)

E poi all’improvviso arriva lei. Ma chi è, lei? Lei è una tizia scorbutica incrociata su Napster. Condivideva anche musica italiana, si chiamava “tortamagica”, quindi era ovvio che quel suo rispondermi “sorry I don’t speak italian” fosse un modo come un altro per tenere lontano uno scocciatore. Eh eh eh. Missione fallita. Iniziai a tampinarla su ICQ e ben presto venni a conoscenza del fatto che non eravamo soli, nell’universo. C’era della gente appassionata di musica di un certo livello che si ritrovava ogni sera su IRC, server Roxybar, canale #UK. Ne sapevano tutti un sacco. Avevano avuto la mia stessa adolescenza. Conoscevano addirittura i Marion! Incredibile. Entrai a far parte stabilmente di quel giro, una fucina di talenti impressionante. Avevamo poco più di 20 anni e, nel giro di poco tempo, avremmo iniziato a diffondere il verbo seriamente scrivendo, organizzando concerti, mettendo su dischi in giro per l’Italia. E c’era Barto!

Ormai elencare quello che ascoltavo sarebbe un’impresa. Compravo di tutto. Ma c’era una band a cui mi affezionai particolarmente, tali “Interpol”. Ne parlò una tizia newyorkese della mailing list dei Marion. Disse che era stata ad un concerto di questa band delle sue parti che ricordava tantissimo i Joy Division. Ascoltai un pezzo e rimasi folgorato. Scrissi alla band e mi rispose Daniel Kessler, chiedendomi come fosse possibile che avessi sentito parlare di loro dato che avevano alle spalle solo un EP autoprodotto (ne esistono 500 copie al mondo. Una è mia. Gnegne) e un singolo passato quasi inosservato (che oggi viene venduto su Ebay a cifre spropositate. Ne ho due copie a casa). Colpito dal mio interesse, mi spedì a casa una copia di suddetto EP e una vagonata di spille. L’anno successivo, quando uscì Turn on the bright lights, andai a vederli a Londra al 93 Feet East, localino molto intimo e perfetto per le loro atmosfere. Eravamo poche decine di persone (tra le quali Jarvis Cocker) e, manco a dirlo, fu indimenticabile. Ora sono diventati un po’ famosi (appena appena) ma gli voglio ancora un gran bene.

“Lei”, nel frattempo, era diventata la mia ragazza e poter condividere la propria passione con qualcuno in maniera così intima era qualcosa di indescrivibile. Ci piacevano tali Terris, gruppo prima pompatissimo da NME e poi dimenticato nel giro di pochi mesi. Imparai che era destino comune a molte band. Fatto sta che a noi il disco faceva impazzire, in particolare il singolone, Fabricated Lunacy, che in seguito divenne il nome del nostro blog a quattro mani.

Continuavo a comprare, e comprare, e comprare. E andare ai concerti. E ai festival. E alle serate. Ma sentivo che mancava qualcosa.

L’era moderna (24 anni – oggi)

Iniziai a scrivere per Musicboom. Iniziai a far suonare gruppi. Iniziai ad organizzare serate. Iniziai a fare il dj. Poi mi stufai di scrivere, di far suonare gruppi, di organizzare serate e infine di fare il dj.
Ecco il riassunto degli ultimi sette anni. Seriamente, di roba da scrivere ce ne sarebbe pure troppa, ma preferisco tenermi il post da parte per un’altra volta. Lo scrivo entro 10 anni. Promesso.

Un piccolo spoiler, intanto: oggi il mio gruppo preferito sono i Beatles. E un altro piccolo spoiler: quando ho incontrato il cantante dei Marion alla loro reunion, cinque anni fa, è stato lui ad abbracciare me per essere venuto a vederli. In quel momento sono diventato adulto.

Twitter

marzo 24, 2011

Avete mai provato a descrivere in poche parole (o in 140 caratteri) Twitter a qualcuno che non lo conosce? Non è facile. Perché Twitter è tante cose, mica una sola. E’ un microblog. E’ una chat al rallentatore. E’ l’evoluzione delle vecchie bacheche e dei vecchi guestbook.

E’ soprattutto la versione virtuale delle scuole medie. Se su Facebook ritrovi i compagni, su Twitter ritrovi le dinamiche. I gruppetti che isolano lo sfigato. Le festine private. I bigliettini sotto il banco. I bulli. I fighi che vanno in bagno a limonare. I finti sorrisi e le risatine alle spalle. Le ripicche, perché se mi rompi un pennarello io ti butto via la gomma. Una naturale tendenza al cazzeggio, alla faccia di chi cerca di insegnarti come si usa, perché questo non si fa e quello neanche.

Non ci resta altro da fare che vedere chi la popola, questa classe.

L’opinion leader.

Lo seguono in tanti. Lui ne segue pochi, perché fa chic, perché non ha tempo da perdere e perché soprattutto può permetterselo. Non diventi opinion leader a caso: devi avere delle doti innate di carisma, capacità di sintesi e di dire sempre la frase giusta al momento giusto. Devi soprattutto dare l’impressione che tutti gli altri abbiano bisogno di te mentre tu puoi benissimo fare a meno di loro.

La twitstar.

Alla twitstar non interessa essere opinion leader: troppa responsabilità. La twitstar pensa innanzitutto ad alimentare il proprio ego, cercando la frase ad effetto che lasci a bocca aperta il suo pubblico, cercando il record regionale di retweet, cercando di accrescere esponenzialmente il numero di follower / spettatori / devoti. Ci sono diversi tipi di twitstar, che possono essere racchiusi in due grandi gruppi: le twitstar buone e le twitstar cattive. I primi sono sostanzialmente delle persone socievoli che si lasciano coinvolgere dai loro piccoli fan nelle discussioni, i secondi sono sostanzialmente degli stronzetti pienamente consci e fieri di esserlo.

La figa.

La figa trascende le regole e le categorie: come nella vita reale, anche in quella virtuale basta esporre un visino grazioso e due occhi da cerbiatta per attirare le attenzioni su di sé e rendere un rincoglionito anche il più brillante degli utenti. La figa può permettersi praticamente tutto e nessuno le dirà mai niente. A parte le altre fighe, con le quali spesso dà vita a liti epocali. Esistono diverse sottocategorie di fighe: la figa di legno, l’arrizzacazzi™, la lolita e molte altre ancora che vi divertirete a scoprire.

Il morto di figa.

Il morto di figa dedica la propria esistenza su twitter alla categoria precedente. Probabilmente non ne vedrà una neanche col binocolo, ma a lui non interessa, a lui piace essere gentile, lui vive per ricevere un <3 dalla biondina con cui fa le tre in chat a mostrare quanto è sensibile.

L’abitudinario.

Dice che si collega. Dice ciao a tutti. Dice che la vita in ufficio è noiosa. Dice che va a pranzo. Dice che mangia. Dice che va al bagno. Dice che va in pausa. Dice che i colleghi sono stronzi. Dice che va a casa. Dice che è arrivato a casa. Dice che stasera guarderà la tv. Dice che mangia. Dice che sta guardando la tv. Dice che chiude. Dice buonanotte a tutti.

Il cazzone.

Il cazzone si diverte e vuole far divertire. La sua missione è semplice: posta battute, posta immagini buffe, posta video esilaranti. Grazie al suo certosino lavoro di ricerca, accumulerai materiale che spaccerai per tuo al di fuori di Twitter raccogliendo grossi consensi. La variante “cazzone che non fa ridere” è molto triste.

Il dritto.

Sa tutto di tutto. Ha lo smartphone più moderno. Ha sempre l’ultima versione del browser, prima ancora che esca. Segue tutte le riviste online. Sa quando esce quel nuovo film. Ha sempre un link per scaricare quel nuovo disco che ti interessa. E’ fondamentale tenerne 2-3 nella propria timeline, ti fanno risparmiare un sacco di tempo.

Il multitasking.

E’ appena diventato sindaco di Stocazzo su Foursquare. Ha appena usato Shazam per scoprire Stocazzo dei The Stocazzos. Ha aggiunto Stocazzo alla sua libreria su Anobii. Sta guardando Stocazzo via Gomiso. Tutto molto interessante.

Il promoter.

Stasera venite al concerto, eh! E comprate il disco. E venite alla presentazione del libro. E al dj-set. E al torneo di pentolaccia. E alla manifestazione. E alla gara di rutti.

Lo sportivo.

Lo sportivo parla di sport (ma va?). E potrà anche parlarne benissimo, ma ci sarà sempre una parte di pubblico che quando posterà le sue opinioni sull’Open del Madagascar di golf sbatterà la testa contro il muro e inizierà a piangere.

Il fotografo.

Il fotografo comunica tramite immagini. Alcuni sono molto bravi, altri decisamente no. Ma anche loro ogni tanto ne azzeccano una, e allora si meritano un “bella! Stavolta non fa cagare, complimenti!”.

L’anima in pena.

L’emo, il poeta, l’introverso, il dark. Posta tweet criptici e misteriosi, parla del proprio tormento interiore, di quanto schifo faccia la vita e di come non sopporti il caldo. Riassumendo: due palle.

L’animale sociale.

L’animale sociale passa le giornate a rispondere alla gente, su qualsiasi argomento possibile, ripetendo mille volte le stesse cose. Nessuno l’ha mai visto postare un tweet senza almeno una @ all’interno. Durante i Follow Friday diventa insostenibile.

Lo scagnozzo.

Lo scagnozzo si affeziona ad un utente e ne segue tutti i passi. Lo retwitta, ride delle sue battute, ha un’intera collezione di suoi fav. Se qualcuno litiga con il suo eroe, gli si scaglia contro con violenza inaudita. E’ un amore puro, ingenuo ed incontaminato.

La regina di cuori.

La regina di cuori è l’ape regina degli animali sociali, e distribuisce bacini, orsetti e cuoricini a tutti. Parla con tutti ed è buona con tutti, ma i suoi tweet spesso non brillano per profondità. Conosce quindicimila diverse faccine e non ha paura di usarle. Spesso insieme. Spesso a raffica.

Il bimbominkia.

Io so chi è. Voi sapete chi è. Sappiamo tutti chi c’è. Sappiamo che sono in tanti. Sappiamo chi è, cosa dice e cosa vuole. Quindi facciamo finta di niente e passiamo alla prossima categoria.

Il fantasma.

Il fantasma posta poco o nulla. Il fantasma segue mille persone ma non è seguito da nessuno. Il fantasma retwitta tutti. E’ probabile che il fantasma sia qualcuno che trama qualcosa nell’ombra.

L’eremita.

L’eremita ha chiuso a chiave il suo account perché ha paura di qualcuno o di qualcosa. L’eremita ti followa silenziosamente e se non fai altrettanto, superando la barriera del lucchetto, ti cancella subito. L’eremita rifiuta la tua richiesta di follow perché ha sentito dire dall’amico del cugino del cognato del lattaio che vai in giro a stuprare i bambini. L’eremita ogni tanto prova ad uscire alla luce del sole ma si spaventa e dopo un po’ rientra nella sua conchiglia.

Il VIP.

Ci sono anche loro. Ci sono soprattutto loro. Twitter è quel social network dove i VIP si fanno i pompini a vicenda. Una reply dal tuo cantante preferito è l’equivalente virtuale dell’asciugamano lanciato durante il concerto. Vivono in un mondo tutto loro, vanno lasciati stare e osservati in silenzio, e non bisogna dargli da mangiare attraverso il recinto.

La divinità.

La divinità non è per forza famosissima, non è per forza seguita da 10.000 persone, non deve necessariamente postare molto, non deve necessariamente ricambiare il follow. La divinità va oltre tutte le altre categorie, e quei 200 che la seguono la idolatrano con gioia e con amore. Anzi, spesso sono talmente gelosi della loro personale divinità da cercare di limitare il più possibile la diffusione del culto. E’ loro e soltanto loro.

Il nuovo arrivato.

Lo studente che cambia scuola, entra in classe e non conosce nessuno. Butta lì la battutina per vedere se qualcuno lo caga. A volte va bene (soprattutto se è una futura Figa), altre meno. Le cose sono due: o ha del talento e allora grazie al passaparola riesce a emergere, o conosce qualcuno di già inserito che inizia a coinvolgerlo nelle discussioni con gli altri pezzi grossi. La terza alternativa è che si stufi, si cancelli e sbatta la porta borbottando “twitter è una merda”.

Il cretino.

Non servono grosse spiegazioni. Il cretino è quello che non ci arriva.

p.s.: naturalmente, si può far parte di più categorie in contemporanea. Firmato, la twitstar buona cazzona dritta animale sociale cretina scagnozza di Barto.

p.p.s.: ho dimenticato un sacco di categorie. Le aggiungerò appena mi vengono in mente.

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.